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Stefania Craxi: “Ecco chi c'era dietro i processi a mio padre” | CulturaIdentità

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A 23 anni dalla morte di Bettino Craxi vi riproponiamo una bella intervista alla figlia Stefania all’indomani dell’uscita del film Hammamet di Gianni Amelio (Redazione)

In molti si persuasero che dalle ceneri della classe politica stritolata nelle inchieste di Tangentopoli sarebbe nata un’Italia migliore. Le aspettative si sono però spesso rivelate un’illusione. Così oggi è diffuso il rimpianto della Prima Repubblica e dei suoi esponenti di spicco. Ne abbiamo parlato con Stefania Craxi, proprio mentre il dibattito sulla figura di suo padre esce dalle sale che proiettano Hammamet e si propaga nella società, in occasione del ventennale della morte del leader socialista.

Il film fa un ritratto fedele di suo padre?

Credo di ravvisare gli stilemi della grande tragedia classica. E’ un ritratto intimistico, c’è poca politica, eppure la politica era sovrana nella vita di mio padre.

La ritiene una lacuna?

E’ già una buona cosa che si racconti la sua grande tragedia umana. Non si può chiedere a un film che faccia quello che la politica -specie quella di centrosinistra- non ha fatto in venticinque anni, ovvero i conti con Craxi.

Anche alla luce delle reazioni suscitate dalla pellicola di Amelio, sembra che in Italia siano in tanti a rimpiangere suo padre. Ha la stessa impressione?

Ho condotto una battaglia di vent’anni affinché si collocasse Craxi nella posizione che gli spetta nella storia positiva di questo Paese. Quando ho iniziato questa battaglia, mi sono sentita molto sola. Oggi percepisco un’atmosfera diversa.

A cosa attribuisce questo cambiamento?

Le persone più semplici fanno i conti con la loro vita. Vent’anni sono un tempo sufficiente non solo per illuminare la storia, ma anche per fare un confronto tra l’Italia di ieri e quella di oggi. Il confronto è francamente impietoso.

A proposito degli effetti di Tangentopoli sul sistema economico italiano, è un caso che l’epoca delle privatizzazioni dell’immenso patrimonio pubblico iniziò in quel periodo?

Non è affatto un caso. Mentre infuriava l’inchiesta, si preparava un grande piano per vendere le aziende di Stato a prezzi d’incanto agli amici degli amici. E non è stato un caso che mentre la politica finiva nel tritacarne mediatico, venivano condotte enormi speculazioni sulla Lira che hanno fatto perdere al Paese risorse immense. E, infine, non è stato un caso che il primato della politica negli anni si sia completamente perso e che la grande finanza, strettamente legata al mondo mediatico, sia diventato il potere più influente, non solo in Italia.

Lei parla di grande finanza. Potrebbero aver svolto un ruolo anche i servizi di intelligence di paesi stranieri?

L’influenza della grande finanza è indubbia, va ricordato che le inchieste coincisero con l’inizio del processo di globalizzazione. Ma concorsero anche intelligence straniere: appare sempre più evidente il ruolo svolto dalla CIA.

Suo padre potrebbe aver pagato la crisi di Sigonella?

Lui non lo credeva. L’amministrazione Reagan capì che l’Italia difese le prerogative delle leggi nazionali e del diritto internazionale.

Le monetine all’Hotel Raphael. Che ricordi ha di quell’episodio?

Una scena barbara, cui assistetti con molta pena in tv mentre ero in attesa della mia terza figlia. Mi dispiacque non poter stare al fianco di mio padre in un momento così difficile.

Di chi furono le responsabilità?

Dell’aggressione mediatica che nei mesi precedenti aveva aizzato la folla. E poi la maggior parte di quei personaggi veniva dal comizio di Occhetto appena finito in piazza Navona, a due passi dal Raphael. C’erano anche esponenti di destra in quella canea, è vero, ma le responsabilità non sono pari.

Perché?

La destra non aveva l’influenza politica, il controllo delle procure e nemmeno quello dei giornali che aveva invece la sinistra. Era L’Unità che concordava i titoli con il Corriere, La Stampa e Repubblica, ovvero con i giornali della grande finanza.

Oggi si parla di sovranismo. Chi aspira ad un’Italia sovrana, dovrebbe ispirarsi a Craxi?

Craxi aveva l’idea di un’Italia protagonista nel Mediterraneo e dunque centrale nello scacchiere internazionale. Oggi colgo una giusta aspirazione a difendere l’Italia anche in Europa, ma non vedo un disegno lungimirante complessivo. Certamente Craxi è una buona bussola.

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