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Il mistero dei poliziotti cinesi in Italia: quanti sono e cosa fanno davvero




Roma, 9 dic –  La Cina trova sempre il modo di far parlare di sé. Di solito ogni vicenda che la riguarda è avvolta dal mistero. Come nel caso dei poliziotti e delle stazioni di polizia cinesi sparsi per il mondo. Quanti sono? E soprattutto a cosa servono? Andiamo con ordine.

I numeri del fenomeno

Sono oltre cento le “stazioni di polizia” cinesi all’estero, ben undici delle quali sono in Italia. Lo scopo sarebbe quello di monitorare la popolazione cinese e costringere i dissidenti al rimpatrio. Questo è quanto viene riportato dal gruppo per i diritti civili di Madrid Safeguard Defenders, In questo studio vengono identificate altre 48 “stazioni di polizia” cinesi non ufficiali, oltre alle 54 già identificate in un rapporto pubblicato lo scorso settembre. Ovviamente la notizia non passò inosservata. Partirono indagini in diversi Paesi occidentali, tra cui Paesi Bassi, Germania e Canada. Ora il nuovo aggiornamento di questo report sta animando il dibattito anche in Italia. Le “stazioni di polizia” cinesi in Italia si trovano a Roma, Milano, Bolzano, Venezia, Firenze e Prato (dove si trova la più grande comunità di cittadini cinesi in Italia).

Cosa ci fanno i poliziotti cinesi nel mondo?

Ma come risponde la Cina a questa accuse? Insomma qual è la versione di Pechino? Intanto la Repubblica Popolare non le chiama affatto “stazioni di polizia” ma “centri di servizi”. Questi ultimi sarebbero nati per assistere i cittadini cinesi che vivono all’estero. Insomma a detta dei cinesi si tratterebbe di uffici per il disbrigo delle pratiche burocratiche che vanno dal rinnovo del passaporto a quello della patente. Ma per fare questo sarebbero bastati già i consolati o le ambasciate. La spiegazione ci lascia pieni di dubbi. Torniamo a vedere cosa fanno a casa nostra.

I numeri da record dell’Italia

Come dicevamo l’Italia è diventata un centro privilegiato per le operazioni della polizia cinese. Per capire il perché è necessario fare un piccolo passo indietro. Come possiamo leggere nel report dell’Ong spagnola: “Il 27 aprile 2015 l’allora ministro degli Esteri Paolo Gentiloni ha firmato quattro accordi di cooperazione bilaterale con il suo omologo Wang Yi, tra cui un Memorandum per il pattugliamento congiunto di Polizia nell’ambito della lotta al terrorismo, alla criminalità organizzata internazionale, alla migrazione illegale e al traffico di esseri umani”. Allora non si parlava di disbrigo pratiche.

Dal 2 al 13 maggio 2016 si sono svolti i primi pattugliamenti di polizia congiunti a Roma e Milano. L’accordo di Gentiloni ha dato il la a tutta una serie di accordi di cooperazione tra Cina e Italia.

Nel luglio 2017, prosegue il report, l’allora viceministro dell’Interno Filippo Bubbico (Partito democratico) firmò un accordo bilaterale di cooperazione in materia di sicurezza con una delegazione del ministero della Pubblica Sicurezza della Repubblica Popolare Cinese.

Il 18 dicembre 2017, Angelino Alfano, ai tempi ministro degli Esteri divulgò un comunicato congiunto con Wang Yi in Cina, plaudendo all’accordo di luglio e al successo delle operazioni.

Ad oggi, secondo il report, nonostante l’Italia abbia il maggior numero di avamposti di collegamento sul proprio territorio, il nostro governo “è tra i pochissimi Paesi europei che non ha ancora annunciato pubblicamente un’indagine sulle stazioni di polizia cinesi d’oltremare o dichiarato la loro illegalità”.

I pattugliamenti congiunti di polizia sino-italiani sono stati interrotti nel 2020, a seguito dello scoppio della pandemia, ma non sono stati fatti annunci ufficiali sullo stato futuro degli accordi di sicurezza.

La vicenda finisce in Parlamento

Oggi, però, la vicenda è talmente plateale che non può più essere nascosta come la polvere sotto il tappeto. Si apre così un dibattito in Parlamento nei primi giorni della legislatura. Ovviamente a tirare fuori questa storia sono i “paladini dei diritti umani” per antonomasia: gli ex radicali di Più Europa. L’interrogazione parlamentare è presentata direttamente dal presidente del partito Riccardo Magi. Quest’ultimo, però, avrebbe potuto chiedere ai suoi alleati del Pd che tanto hanno fatto per giungere a questa situazione. Tuttavia ha preferito rivolgersi direttamente al neo ministro degli Interni.

L’interrogazione dell’onorevole Magi evidenziava alcuni elementi, compreso l’accordo di cooperazione internazionale tra ministero dell’Interno e le forze di polizia della Repubblica popolare cinese del 2016 per pattugliamenti congiunti. Alla luce anche del recente rapporto di Safeguard Defenders, il deputato aveva chiesto al ministro Piantedosi se, fatte salve le competenze in materia del ministero degli Esteri, il Viminale “abbia mai autorizzato l’apertura di questi centri, quale attività svolgano e se sia stata aperta un’inchiesta amministrativa in merito”.

Il ministro Piantedosi ha elencato una serie di controlli amministrativi effettuati in vari centri. Il risultato è che a parte Prato e Milano non esistono entri che si occupano attivamente di disbrigo pratiche. Il capo del Viminale comunque rassicura: “Seguirò personalmente” il caso delle cosiddette stazioni di polizia cinese in Italia “non escludo provvedimenti sanzionatori in caso di illegalità”. Rimane dunque un dubbio: che fanno i poliziotti cinesi in Italia?

Il deputato Magi che come un orologio rotto segna due volte al giorno l’ora esatta controbatte con una replica che colpisce nel segno. L’esponente di Più Europa ha insistito affinché siano resi pubblici tutti quanti gli accordi che sono stati stipulati con la Repubblica popolare cinese” per capirne “i contorni e tenere molto alta la guardia”. L’Italia è “particolarmente vulnerabile rispetto a certi tipi di influenza”, ha aggiunto l’esponente di Più Europa con riferimento esplicito al governo Conte I ha nel marzo 2019 ha firmato il Memorandum d’intesa sulla Via della Seta con la Cina.

Magi, però, non è solo. Nelle scorse settimane sono state depositate alla Camera e al Senato due interrogazioni, una dell’opposizione (Lia Quartapelle, responsabile esteri del Partito democratico) e una della maggioranza (Mara Bizzotto, senatrice della Lega), per chiedere chiarezza.

Indipendentemente da come andrà a finire, ciò che dovrebbe lasciarci stupiti da questa vicenda è che abbiamo saputo delle stazioni della polizia cinese grazie a un report di una Ong spagnola. Le autorità italiane o hanno dormito o peggio hanno fatto finta di non vedere. Forse è su questo punto che dovrebbero focalizzarsi le prossime indagini, ammesso che ve ne siano.

Salvatore Recupero

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