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Dio (non) è morto

Friedrich Nietzsche nella seconda metà del XIX secolo annunciava la morte di Dio. Ma cosa intendeva per l’esattezza il filosofo/idealista tedesco per morte di Dio? Bisogna comprendere questa morte analizzando il suo concetto di volontà ereditato da Arthur Schopenhauer, almeno per la prima parte della sua opera filosofica.

Per Schopenhauer al di sotto dei fenomeni naturali agisce solo la volontà: il mondo è del tutto irrazionale. La volontà non ha fine, vuole affermare la propria forza. Qui non si trova teologia, governa l’irrazionalità e non c’è la sostanza ontologica, vale a dire la sostanzialità dell’essere, che in ogni caso scompare da Cartesio in poi. Schopenhauer distingue tra ciò che è essenza e apparenza: la nostra conoscenza è incapace di comprendere le cose oltre la loro apparenza in quanto il mondo dei fenomeni è illusorio. Per Schopenhauer il mondo è pieno di dolore perché gli uomini non possono opporre la volontà. Ne esce una etica che ha una rinuncia: cioè senza attività, in quanto c’è un velo che copre la stessa volontà. Il mondo si dissolve in nulla e sparisce la determinatezza, è appunto illusorio: traspare una metafisica negativa. Premesso ciò, Nietzsche dopo averla abbracciata, abbandonerà questa filosofia perché per lui Schopenhauer è un debole. Ma conserverà la tesi che la totalità è insensata: matura dunque il nichilismo, che per Nietzsche significa che non esiste più una qualsiasi verità, non c’è un senso oggettivo delle cose, non c’è una costituzione in esse. D’altronde fu lui a dire che “Bisogna avere il caos dentro di sé per generare una stella danzante”. Ma la storia colma di esempi virtuosi e la retta filosofia insegnano che non è così.

Tre peculiarità che contraddistinguono la filosofia nietzschiana vi si trovano il nichilismo, che non è altro che l’assenza di qualsiasi verità, l’eterno ritorno nel rivivere le cose (pensiero derivante dal buddismo, tipico del pensiero schopenaueriano) e appunto la morte di Dio. Ma cosa si intende per morte di Dio? Nel suo Zarathustra si fa l’annuncio al mondo del ritorno di tutte le cose: tutto ciò che viviamo è stato già vissuto, dunque una verità non ha senso di esistere. Ma l’uomo folle, prima di Zarathustra, annuncia la morte di Dio perché la società decadente e nichilista è incapace di intendere a assimilare ogni tipo di valore assoluto. Da buon filologico e cultore del classicismo, per Nietzsche il nichilista rimpiange i bei tempi della metafisica: è una sorta di metafisico mancato, perché non ha più senso essere filosofo nella società contemporanea. Solo la volontà di potenza accetta il mondo e l’umanità decadente è quella quintessenza che ha bisogno di senso. L’uomo contemporaneo si è dunque autoincatenato. Ne consegue che la verità è una esigenza soggettiva e illusoria, un bisogno dei deboli e solo l’uomo forte – concetto poi ripreso poi da D’Annunzio nei suoi romanzi – può dominare il mondo. Traspare dunque un tipo di idealismo – più che pensiero filosofico – negativo. Ma come può dunque, l’uomo forte, ma scevro di verità, dominare il mondo? È razionalmente impossibile nonché un principio di contraddizione, perché il caos non può restaurare, bensì rivoluzionare, e ogni processo rivoluzionario porta in sé i germi della decadenza materiale e morale: Protestantesimo, Giacobinismo e Bolscevismo ne sono una prova storica -e filosofica/ideologica- inconfutabile.

Nietzsche sottovalutava un elemento a dir poco essenziale per quanto concerne Dio: la sua eternità. Dio non può morire perché precede il logos (considerato erroneamente da molti come la razionalità), in quanto principio primo di tutte le essenze e dunque eterno. Se la società decade perché ripudia la Verità e ogni forma di autorità che si immedesima nell’eterno, non è certamente Dio che muore, ma l’uomo. E questo è il riconoscimento fotografico della realtà dell’attuale occidente liberale: sganciato da ogni valore e verità assoluta perché scientemente ha deciso così. La verità esiste, altrimenti Cristo stesso sarebbe un impostore: “Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me”” GV 14:6. L’uomo tradizionalista sa che la Verità è Dio e dunque Cristo, nel mistero della Trinità ribadita a Nicea (325), Costantinopoli (381) e Calcedonia (451), oltre che dalla Chiesa stessa nel corso dei secoli in maniera ”ex cathedra” fino al Concilio Vaticano II. Non è il tempo moderno che fa sì che Dio possa morire: è l’uomo che sceglie di ripudiarlo e di morire nella sua Forma.

Il tempo è eterno, perché come disse sant’Agostino nelle sue confessioni “…e tu precedi tutti i tempi passati dalla vetta della tua eternità sempre presente; superi tutti i futuri, perché ora sono futuri, e dopo giunti saranno passati. Tu invece sei sempre il medesimo, e i tuoi anni non finiscono mai. I tuoi anni non vanno né vengono; invece questi, i nostri, vanno e vengono, affinché tutti possano venire. I tuoi anni sono tutti insieme, perché sono stabili”, per poi ribadire nel Civitate Dei “una sola, immutabile, eterna volontà, fece in modo che le cose create non fossero prima quando non erano e fossero dopo quando cominciarono ad esistere”. Sono tempi questi che l’uomo tradizionalista deve aggrapparsi alla Verità: il caos dell’attuale società contemporanea lo impone, per affrontare al meglio il presente e l’avvenire. E non è un caso se questa società è caotica: non crede, infatti, in nessuna Verità, pur questa essendoci ed essere eterna. La Verità rende liberi.

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