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Di Maio uno, Conte zero. Cicchitto spiega il sorpasso

Nella lettera di Luigi Di Maio al Foglio si sommano molti problemi, da un lato quelli strategici e più propriamente politici del Movimento 5 stelle, dall’altro lato l’esplosione del sistema giustizia e in essa l’implosione del potere della magistratura.

Di Maio è l’unica intelligenza politica esistente nel M5s. Altri, per altro pochissimi, hanno una preparazione prevalentemente su questioni di merito e di programma (Patuanelli, Sileri, Buffagni, D’Uva), all’estremo opposto Di Battista esprime lo spirito rivoluzionario originario mimando Trotskij e Che Guevara che storicamente hanno opposto rispettivamente a Stalin e a Fidel Castro le mitologie e le nostalgie della rivoluzione tradita.

Invece Di Maio fa politica pura, ma cerca anche di realizzare qualcosa di più. Di fronte al terzo governo di questa legislatura che ha sempre il sostegno e la partecipazione del Movimento 5 stelle, Di Maio ha capito che o il movimento si dà una nuova immagine e una nuova visione strategica oppure il rischio è quello di scadere in un opportunismo deteriore (facciamo durare fino alla fine la legislatura per tenerci stretto il posto da parlamentare) che darebbe certamente spazio, ma in uno scontro a somma algebrica zero, al trotskismo e al guevarismo.

Su questo piano politico-strategico c’è una sottile concorrenza fra Conte e Di Maio. Ma Conte sta perdendo tempo, in primo luogo, in un’estenuante dialettica giuridico-processuale con Davide Casaleggio e Rousseau, in secondo luogo è anche inseguito dalle sue precedenti trame di potere con Travaglio che le ricorda per esaltarle, ma così facendo fa somigliare sempre di più Il Fatto a quell’Asso di bastoni che esaltava dopo il 25 aprile le ultime raffiche di Salò e i martiri immolatisi contro i partigiani rossi.

Mentre Conte cincischia con tutte queste robe Di Maio fa politica: come ministro degli Esteri corre negli Stati Uniti dal Segretario di Stato anche per far dimenticare quello che aveva combinato, trainato da Geraci, con i pericolosi genietti del celeste impero e dalla via della Seta, e poi a fronte della duplice surenchère di sinistra posta in essere da un lato dall’ingraiano Bettini e dall’altro lato dal cattolico paleoprodiano Enrico Letta, molto più di sinistra di quanto ci si poteva aspettare, cerca di dislocare in un centro dinamico il Movimento 5 stelle: prima ha parlato dei grillini come “liberali e moderati”, adesso addirittura riscopre, ci auguriamo non solo nei confronti di Uggetti, lo Stato di diritto.

Intendiamoci, anche nel passato nel M5s era emersa un’anima moderata, ma essenzialmente sui temi dell’immigrazione. Poi di fronte a due interrogativi: Di Maio fa sul serio? E Di Maio sarà in grado di reggere di fronte alle terribili erinni (Paola Taverna e Carla Ruocco) e ai tanti banali Toninelli questa partita tesa, per dirla in termini economicisti, alla riconversione produttiva del Movimento 5 stelle?

Ovviamente non siamo in grado di rispondere. Piuttosto emergono altre due questioni. In questi anni non abbiamo condiviso nulla dell’estremismo di Salvini e, a suo tempo, siamo stati nel contempo facili e cattivi profeti nei confronti di Berlusconi e di Forza Italia.

Facili profeti nel prevedere che la deriva estremista allora proposta dentro Forza Italia da Daniela Santanchè e dal Verdini anti Renzi avrebbe portato alla rovina sia il Cavaliere sia Forza Italia (poi il disastro è stato accentuato quando, come è nella logica delle cose, questa deriva è stata cavalcata all’esterno da Salvini e dalla Meloni) e Forza Italia si è piegata subalterna e senza autonomia a tutto ciò.

Cattivo, anzi pessimo profeta quando ho ritenuto che un’esperienza centrista senza Berlusconi potesse avere un’autonoma prospettiva, non facendo i conti con il fatto che essa era senza Berlusconi e senza alcun leader sostitutivo. Però, se è vero che l’Ncd o Alternativa Popolare è finita in cenere, è anche vero che Forza Italia di Berlusconi senza più gruppi dirigenti significativi è crollata fino al 6% e adesso è insidiata da Toti e da Brugnaro.

Ma ritorniamo a Salvini. Il “truce” per sua fortuna è stato corretto negli ultimi mesi dalla saggezza di Giorgetti e di Garavaglia. Però in questi ultimi giorni e in una sua lettera di ieri al Foglio Salvini ha un guizzo di notevole significato, perché propugna una riforma della giustizia e cavalca i futuri referendum radicali.

Qui veniamo all’altra questione di fondo che anch’essa può aver motivato la lettera di Di Maio. Ora, solo quelle caricature di Beria e di Suslov quali si sono ridotti ad essere Davigo e Travaglio possono ancora credere nel giustizialismo che ha sotteso la gestione di Bonafede al ministero della Giustizia e la partita di Davigo al CSM.

Facciamo i conti con la triste verità: la magistratura nella versione di Davigo, Di Pietro, Di Matteo, Woodcock, Gratteri, Ingroia ha preso i pieni poteri in Italia dal ’92-’94, ha tritato i partiti e però non ha saputo gestire quest’autentica orgia di potere né in via generale, né tantomeno nella giurisdizione (vedi una catena di errori giudiziari che la Cassazione è costretta a sottolineare) e adesso è implosa.

I casi Palamara a Amara sono per le correnti della magistratura che hanno conquistato il potere totale dagli anni ’90 ad oggi il corrispettivo di quella che è stata la maxitangente Enimont per la classe politica nel ’91-’94. Da un lato Palamara intercettato irregolarmente per altri quattro mesi, con le intercettazioni scomparse insieme a quelle della famosa cena con Pignatone. Dall’altro Amara che, parlando della loggia o associazione segreta Ungheria (o Ungaria?) terrorizza tutti, dal procuratore Grieco che non fa indagini e mena il can per l’aia, ai giornalisti Mieli, Fittipaldi, Massari che evitano di affondare i colpi anche quando egli parla di reati commessi da magistrati che se fossero stati fatti da comuni mortali avrebbe comportato l’arresto.

Di conseguenza dopo le forze politiche oggi sono in bancarotta fraudolenta anche le correnti più potenti della magistratura, il Csm è in rotta anche se non viene disciolto e ancora nessuno è in grado di spiegare se Ardita è uno degli eredi di Piero Gobetti o il continuatore dell’opera del potente segretario della Camera Francesco Cosentino che scrisse per Gelli il Piano Rinascita sulle riforme costituzionali.

Insomma, in una situazione di questo tipo, oramai la baracca (leggi sistema istituzionale politico ed economico) regge solo grazie a Mattarella e a Draghi, che Dio ce li conservi entrambi per il prossimo decennio. Ma invece se stiamo alle scadenze prefissate, o di qui ad un anno-un anno e mezzo qualche forza politica riuscirà a rifondarsi oppure sono dolori per tutti. Forse Di Maio ha capito questa cosa essenziale.

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