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Carestia, migrazione e non solo. I fronti della guerra ibrida di Putin

Nella chiamata di giovedì pomeriggio con Vladimir Putin, Mario Draghi ha sollevato il tema della crisi alimentare “che si sta avvicinando, e in alcuni Paesi africani è già presente”, sottolineando che “avrà proporzioni gigantesche e conseguenze umanitarie terribili”. L’allarme arriva dalle organizzazioni dedicate, come il World Food Programme dell’Onu.

Il grano è bloccato in Ucraina dalle navi dello zar nel Mar Nero, mentre continuano gli attacchi russi all’infrastruttura agricola e di trasporto dell’Ucraina. Intanto la Russia continua a non esportare il fertilizzante, conscia del fatto che i prezzi del gas alle stelle (causati anche dai pompaggi insufficienti di Gazprom nel 2021) ne impatta la produzione in Europa e oltre. Ma per Putin la carestia è solo un altro fronte della guerra ibrida.

Lo zar ricatta i Paesi importatori di grano, senza preoccuparsi delle ricadute sulla sicurezza alimentare, sfruttando una crisi che ha generato lui stesso. L’offensiva del grano è accompagnata da un’operazione di infowar volta a deflettere la pressione dalla Russia e scaricarla addosso ad altri: l’Ucraina stessa, la Nato, i Paesi occidentali come Canada e Svizzera. Poco importa purché si inquini l’infosfera, tecnica in cui il Cremlino è maestro. L’operazione di propaganda online, monitorata dal centro Ue EUvsDisinfo, procede da settimane attraverso la disseminazione di contenuti online e gli ufficiali russi, fino al vertice.

Il comunicato ufficiale riportato da Tass spiega che Putin si è offerto di valutare “l’apertura quotidiana dei corridoi umanitari per l’uscita delle navi civili dai porti del Mar d’Azov e del Mar Nero, ostacolata dalla parte ucraina”. Lo stesso Draghi, dopo aver chiuso la comunicazione, ha precisato che Putin ha addossato la crisi alimentare alle sanzioni, specificando che se fossero sollevate la Russia potrebbe esportare il grano. “Ma ovviamente le sanzioni sono lì perché la Russia ha attaccato l’Ucraina”, ha aggiunto il premier.

La minaccia del grano è di particolare interesse per i Paesi europei che affacciano sul Mediterraneo, essendo più esposti al deterioramento delle condizioni dei vicini nordafricani, a loro volta molto suscettibili alla diminuzione della sicurezza alimentare – l’innesco delle Primavere arabe, un decennio fa, fu l’aumento del prezzo del pane. La stessa Russia ne è conscia e suole premere dove l’instabilità è più forte, come dimostra la presenza di truppe Wagner in Siria, Libia, Mali e altrove.

Si tratta di un’altra frontiera dell’attacco ibrido russo ai danni dell’Ue. La carestia innesca instabilità nei Paesi africani, l’instabilità tende a favorire recrudescenze terroristiche, colpi di Stato, ondate migratorie verso nord, foriere di ulteriore instabilità politica anche in Ue. Da qui la preoccupazione dei Paesi del fianco sud della Nato – Grecia, Francia, Italia, Portogallo, Spagna –, che non a caso hanno aumentato i contatti negli ultimi mesi. Anche in vista del Summit dell’Alleanza a Madrid, il 29 e 30 giugno, dove verrà presentato il documento programmatico, detto Concetto strategico. Sperando che il baricentro della concentrazione Nato non sia troppo sbilanciato verso nordest.

Sempre nella stessa chiamata, Putin ci ha tenuto a specificare (con una carezza dal sapore mafioso) che la Russia garantirà forniture ininterrotte di gas all’Italia. Vero è che Eni si è già organizzata per sfruttare la conversione euro-rubli predisposta dal Cremlino, risparmiandosi il destino dei Paesi (come la Finlandia) che si sono visti tagliare il gas dopo aver rifiutato questo sistema. Pare quasi che lo zar voglia “premiare” Italia, Germania e gli altri acquirenti rimasti.

Ma la clava del grano, con le sue ripercussioni securitarie, rischia di essere ancora più potente di quella dell’energia. Lo dimostra il fatto che con la crisi del grano Putin abbia ridisegnato gli equilibri delle alleanze tra il Mediterraneo, il Medioriente e l’Asia. Tempo fa l’India aveva promesso di alleviare la crisi alimentare esportando il proprio grano. Poi, dopo settimane di siccità estrema e acquisti di energia dalla Russia, ha bloccato le esportazioni verso ovest. Per nutrire i propri cittadini, ma anche per assicurarle ai Paesi del Golfo, a loro volta agganciati alla Russia mediante il filo dell’energia. Con buona pace della volontà occidentale di portare le democrazie come l’India e i Paesi strategici come gli Emirati dalla sua parte.

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