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Attacco ad Est, una riflessione oltre la geopolitica

Qualche anno fa, all’inizio del 2014, su Formiche scrivemmo della possibilità di un triangolo strategico europeo Londra-Berlino-Mosca. Alla base vi erano movimenti e intrecci di grandi imprese, in particolare del comparto energetico, che ponevano in filigrana il nucleo euro-settentrionale quasi quale seconda linea, meno istituzionalizzata ma tanto più reale, rispetto al triangolo dell’euro Roma-Parigi-Berlino. Quest’ultimo, unito dal dato monetario, sconta tuttavia un dissidio di ben altra e più radicata natura, in quanto una metà della potenza ivi espressa (l’Italia, più la parte mediterranea della Francia) è con la testa a sud, e l’altra metà (Germania, più Francia atlantica) con testa e spalle a nord.

UN PARALLELO STORICO

In quel commento definimmo “contro-movimento politico-elettorale” la scelta britannica di affidare all’azzardo di un referendum (che si sarebbe tenuto di lì a due anni) la permanenza dentro le istituzioni di Bruxelles, con il rischio non tanto di una vittoria del Brexit (allora ampiamente non prevedibile), quanto di una spaccatura interna all’establishment. Oggi, a cose fatte, si può dire che il principale effetto dell’uscita britannica dall’Unione Europea sia proprio nel riequilibrio del triangolo strategico a favore della Germania, l’unica delle tre potenze considerate presente (e in crescita) all’interno delle istituzioni di Bruxelles.

Per capirne la portata, può essere utile guardare alla storia nello snodo cruciale degli anni Venti-Trenta del XX secolo, all’incrocio tra declino imperiale di Londra e stasi continentale, cioè franco-tedesca, determinata dalla sostanziale “non sconfitta” tedesca e contemporanea “non vittoria” francese nel grande massacro sul fronte occidentale. Si può, in questa prospettiva di equilibri non risolti in modo decisivo, cogliere, già in quel torno di tempo, la portata della “non decisione” britannica circa il triangolo strategico. Parliamo del periodo 1926-27, di consolidamento di Weimar, dell’avvicinamento tra il “deep State” prussiano e il governo sovietico, e della reazione benevola di Londra, perfino con la proposta di linea più morbida verso il riarmo tedesco. Fu da allora che, come una marionetta scarica, la macchina socialdemocratica di Weimar cominciò a perdere colpi e il burattinaio prussiano ne riprese in mano i fili, pronto a trasferirli all’impresario del teatro dell’orrore, Adolf Hitler e i suoi scherani.

ATLANTISMO ED EURASIATISMO FINTI AVVERSARI

Che la Gran Bretagna fosse indifferente, in altri termini, all’esito così paventato dalla teoria classica della geopolitica dell’Otto-Novecento, ovvero la saldatura tra Germania e Russia, dimostra tanto l’astrattezza geometrica della teoria quanto il valore e il peso effettivo attribuito dalla concretissima Londra al cosiddetto hearthland polacco-baltico-ucraino: ben inferiore, in ultima analisi, alla gestione delle linee mediterranee-mediorientali che ancora oggi il vecchio leone britannico riesce, bene o male, a presidiare. In altri termini, e se la nostra analisi è giusta, l’atlantismo britannico nell’ambito del triangolo strategico Londra-Berlino-Mosca non è un contro-bilanciamento rispetto all’intesa russo-tedesca. Piuttosto, il suo apporto specifico è un concreto e pragmatico dosaggio che interviene a Sud, nel Mediterraneo e nel Medio Oriente, per condizionare la potenza unificatrice tedesca rispetto all’Europa, accettandone realisticamente e cinicamente come contropartita, tanto la spinta a Ovest fino a Parigi quanto quella ad Est fino alla Vistola. Nel primo caso, fa scuola l’intervento a Gallipoli durante la Prima Guerra Mondiale, quando sul fronte occidentale europeo la Francia appariva sull’orlo del collasso, collasso che la Gran Bretagna sembrava includere nei suoi calcoli, stornando ingenti risorse nella spedizione nel lontano (ma per Londra assai “vicino”) Egeo.

Nel secondo caso, la rilettura delle tragiche pagine legate all’Operazione Barbarossa, di cui in questi giorni ricorre l’ottantesimo anniversario, potrebbe essere ancora più istruttiva, rivelando una realtà che talora si preferisce ignorare o sottacere: l’unificazione tedesca, dal 1871 all’allargamento ad Est dell’Unione Europea, è un processo in fieri, un power in being, che l’atlantismo realista britannico considera come costante data. Ciò azzera la retorica europeista di matrice francese, facendo valere al posto di essa fatti plasmati dai rapporti di forza e dal collegamento dinamico-strategico tra equilibri ad Est e a Sud.

INTERMARIUM, UN INCUBO TEDESCO ED OCCIDENTALE

Naturalmente, in questa equazione può avere un mero valore di coincidenza che il 21 giugno 1941, mentre Hitler scatenava l’offensiva ad Est, le truppe britanniche strappavano Damasco alla Francia di Vichy, ovvero alla Francia “mediterranea” la cui potenza era così ereditata da Londra, mentre quella “atlantica” parigina era già assorbita da Berlino. Più in generale, il recente ottantesimo anniversario dell’offensiva nazista contro l’URSS ci consente di vedere come la riduzione delle distanze strategiche tra Berlino e Mosca sveli una regolarità storica: che viaggi sui gasdotti o sui panzer, con mezzi economici o militari, essa, riducendo le distanze, si caratterizza come avvicinamento dei punti di vista geopolitici tra Germania e Russia. Tende a farlo con tre connotati:

  1. tregua di ri-equilibrio nel Nord, sede del triangolo strategico europeo, controassicurata da Londra;
  2. guadagno o recupero della libertà di movimento imperiale britannica nel Sud afromediterraneo;
  3. compressione politica teutonica dello spazio polacco-ucraino, controassicurata da Mosca.

La specificità del 1941 fu che il terzo connotato venne incluso nel più grande progetto criminale-biopolitico della modernità, il Generalplan Ost, che, perfino mentre le armate naziste retrocedevano, con inusitata meticolosità veniva portato avanti dai tedeschi, indice di una realtà politico-filosofica più profonda, più interna all’Occidente di quanto la stessa geopolitica possa immaginare (basti qui citare le parole con cui, nel romanzo “Olocausto”, uno dei gerarchi dello sterminio giustificava l’azione in atto: “abbiamo semplicemente seguito l’imperativo della storia europea”). Tanto più profonda che all’efficacia militare veniva subordinata la distruzione fisica della cultura e delle tradizioni (ebraico-yiddish-kassidiche, nomadiche-rom) dell’Intermarium est-europeo, dell’area polacco-baltico-ucraina in cui sedimentava da secoli quel patrimonio sognante e fiabesco di immagini la cui aura viene ancora a noi dalle tele di Chagall. Un mondo radicato – certo non senza dialettica e conflitti – nella nobiltà cattolica medievale della Polonia, da cui il progetto stesso di Intermarium emanava; ma del tutto irriconoscibile ed inaccettabile alla “razionalità tecnico-scientifica” teutonico-occidentale. Ecco perché l’élite polacca venne meticolosamente sterminata dai nazisti, mentre il nazionalismo ucraino antipolacco doveva costituire la pietra tombale su ogni sogno di rinascita della Confederazione polacco-lituana, invisa tanto a Berlino quanto a Mosca, e il cui annientamento era del tutto indifferente a Londra.

IMPERATIVI BIOPOLITICI VS FINZIONE GEOPOLITICA

Qual è il contenuto di verità del Generalplan Ost e dell’offensiva tedesca del 1941, e delle successive fasi militari? Perché dopo Stalingrado non fu ordinato un ritiro su linee più difendibili migliaia di chilometri a Ovest? Perché non solo il “pazzo” Hitler ma anche gli “esperti” tecnocrati della Wehrmacht aderirono alla difesa ad oltranza del vasto spazio polacco-baltico-ucraino, praticamente privo di barriere naturali, anche dopo il crollo del 1943 e nel 1944?

Succede dunque che quando l’indagine sull’efficacia razionale (mezzi-fini) del dispositivo tecnico-scientifico occidentale mostra profonde crepe, la teoria stessa vada messa in discussione, e diventi segnaletica di una verità più profonda, politico-filosofica più che strettamente politica. Talora questa verità paradossale, irrazionale e tecnocratica al tempo stesso, si svela improvvisamente, come su un proscenio, anche nel teatrino semantico-politico italiano: è il caso dell’invocazione di Silvio Berlusconi di una deterrenza nucleare congiunta tra Usa, Francia, Uk e Russia contro i flussi migratori dall’Africa, il cui contenuto di verità è la determinazione dello scarto Nord-Sud come faglia biopolitica securitaria erede della guerra al terrore, tramutata prima in guerra ai terroristi, reali o potenziali e in ultimo agli esseri umani portatori di virus-diversità riconoscibile, stigmatizzabile, utilizzabile politicamente. Già qui si vede la novità, ovvero che tutto il Nord è parte di un quadrangolo strategico con gli USA.

Quella storia europea che doveva culminare nello sterminio dei non-ariani, nell’eliminazione della Polonia e nella distruzione dell’indipendenza est-europea era evidentemente il segreto, il nascosto, il non-detto del triangolo strategico all’interno del quale la spinta dominatrice tedesca veniva accolta da inglesi e russi, e “soddisfatta” nella sua eterna volontà di potenza. Il prezzo che i tedeschi erano disposti a pagare a Sud era la libertà d’azione mediterranea e mediorientale britannica; ad Est la garanzia per la Russia che Ucraina, Bielorussia, Polonia, Paesi Baltici e Slovacchia non potessero ricostituire alcuna unità integrale, istituzionale e politica, per non parlare di quella culturale, che per le cicatrici dello sterminio tedesco deve ancora ripartire da zero (ad ogni buon conto un tentativo in atto è sistematicamente stigmatizzato in Occidente e nella stessa, rinvigorita, Germania, come “spirito retrogrado” di Visegrad).

DOMINIO TEDESCO E RISCHI DELL’OCCIDENTE 

La teoria geopolitica classica necessita di essere aggiornata, proprio a partire dalla ricorrenza degli ottanta anni dell’Operazione Barbarossa. Non un gigante tedesco-russo, impossibile e irrazionale, ma un altrettanto irrazionale (e anticattolica oggi, come fu antiebraica ieri) spartizione, caos e/o frammentazione dell’Intermarium è il sottofondo del triangolo strategico anglo-tedesco-russo. Allora, nel fuoco della guerra, il gruppo della Rosa Bianca di Monaco lo denunciò gridando al mondo il pericolo per l’Europa e il mondo di ogni “potere-violenza” (Gewalt) centralizzata in Germania, collegandolo allo sterminio della nobiltà polacca secondo una lunga tradizione politico-criminale prussiana e bismarckiana, invocando il più forte federalismo-regionalismo per la ricostruzione, con accorati accenti di teologia politica millenaristica ed anarchica. Oggi nessuna forza, in Occidente, può opporsi alla logica stringente del “triangolo strategico”; certo non Parigi, che vi rientra in toto per la sua metà (e qualcosa di più di metà) atlantica. L’Italia, tuttavia, con la sua sola presenza, con la sua innegabile definizione mediterranea e nonostante la generale inadeguatezza culturale del suo personale politico, rappresenta ancora uno scarto rispetto alla trazione euro-settentrionale dell’Occidente; come lo spazio slavo euro-orientale, essa è marginale alle dinamiche del triangolo strategico, e può dunque condurre una critica riformatrice di quegli assetti politico-militari atlantici che, immobilizzati dallo sguardo di Medusa dell’eurasiatismo e chiusi in una concezione dogmatica della geopolitica, non vedono il rischio che la rinnovata aggressività tecnico-politico-scientifica teutonica, adombrata dai programmi di rinascita post-pandemica a marchio europeo, sia destinata a travolgere e gettare nel caos le frontiere slavo-orientali e mediterranee-meridionali dell’Occidente.

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