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“Yoga” di Carrère: il libro capolavoro tra depressione, rinascita e finzione

Il 24 maggio è uscito per Adelphi Yoga, l’ultima opera di Emmanuel Carrère, già star dell’autunno letterario francese. A voler essere sintetici, si potrebbe riassumere così: il racconto della caduta nell’inferno della depressione, dell’ospedalizzare e dei 14 elettrochoc, poi la via d’uscita attraverso il contatto con il dolore degli altri, in particolare quello dei giovani profughi a Leros. Attorno a questo nucleo orbitano altre storie – del gran sesso con una sconosciuta, uno stage Vipassana, l’attentato a Charlie Hebdo, la morte del suo editore – tutte magnificamente raccontate ma decisamente meno interessanti.

Però sarebbe colpevole essere sintetici, a fronte di una rappresentazione così lucida ed impietosa del dolore psichico, che già da sola rende il libro un capolavoro. Carrère disseziona lo strazio, indaga il tormento, incolla il lettore ai suoi fantasmi interiori perché gli fa risuonare, insieme, la paura per la propria fragilità e la compassione per quella degli altri. Il rapporto con chi lo legge diventa quello dello spettatore, al sicuro sulla barca, che vede un naufrago cadere in mare e sa, momento per momento, quel che succede e che succederà, e ne vive per osmosi lo smarrimento, il freddo e il sale dell’acqua, il terrore per le onde, la mancanza d’aria, il risucchio verso il fondo, l’oscurità, la vertigine, il lasciarsi andare. Così avviene per la depressione di Carrère.

Il lettore vorrebbe, come il soccorritore del naufrago, tendere una mano, fargli sentire la sua voce, riportare a vita qualcosa che muore, eppure non può; vorrebbe gridare: “Va bene Emmanuel, bravo, basta così, ora chiudiamo questo libro e andiamo a prenderci un gelato”, e abbracciarlo, e riportarlo al sole, fargli sentire che non è solo, eppure non può. Quello che colpisce nel racconto, è anche questo: il senso di profonda solitudine che lo pervade. Yoga è il libro delle grandi assenze, e anche questo tocca una corda empatica. Non c’è nessuno ad aiutare Emmanuel che affonda, che si prenda cura di lui e che gli stia vicino: gli amici cominciano a rifare capolino a tempesta finita. Non è importante se questo sia accaduto o no nella realtà (l’ex moglie dice di no): la solitudine che descrive sembra inscalfibile. Gli unici raggi di sole sono un maestro zen che lo maltratta rispondendogli: “Il suicidio è una buona opzione. Altrimenti, puoi vivere” e che Emmanuel, con intatta autostima, presenta come perla di saggezza, e una vecchia cooperante empatica e squinternata con cui ritorna pian piano a sorridere, e che però è un personaggio di fantasia.

Ogni tanto Carrère chiama in causa il lettore, che così diviene custode del racconto e, in questa veste di ascoltatore partecipante, rinuncia a porsi delle domande. Perché Yoga è anche il libro dei non detti. Non è chiaro, per esempio, cosa provoca il crollo psichico, anche se si intuiscono ragioni specifiche. Pur zigzagando fra citazioni di Levinas, Simone Weil e Montaigne, non una sola volta Carrère si domanda che effetto abbia avuto la sua malattia sugli altri, neanche su una figlia bambina; né ci spiega, – o si spiega – se tutto il dolore provato sia servito a qualche cosa nella sua evoluzione umana. È come se avesse un chiodo conficcato in una mano, e non riuscisse mai a distrarre l’attenzione da quel chiodo, così perdendo tutto quello che c’è intorno e tutto quello che l’esperienza vuole significare.

È quello che l’ex moglie Hélène Devynck gli ha sostanzialmente rimproverato in autunno quando, per una disputa sul libro, ha raccontato a Vanity Fair che quasi nulla di quello che è scritto è vero: Emmanuel è stato sì ospedalizzato, ma non si ricorda niente; sull’isola di Leros c’è stato, ma per pochi giorni e insieme a lei. Soprattutto, che il racconto dell’uomo che si vede nudo nella sua miseria e cerca di migliorarsi è una balla colossale. A Hélène Devinck va l’abbraccio di tutte le vittime di abuso narcisistico, ma quello che dice non rende Yoga meno valido.

Carrère è interessante proprio per l’incongruità fra la lucida comprensione si sé e l’assoluta mancanza di capacità di trasformazione, fra la saggezza sagace e la sostanziale vacuità, fra l’ enorme intelligenza speculativa e la mancanza di visione della complessità degli altri, in genere sottilmente disprezzati, come avviene per la povera fille de l’eau gentille, donna che pure lo riporta alla vita e all’amore e che – dopo trecento pagine in cui viene detto che lo yoga è una disciplina meditativa e che solo i limitati di spirito lo usano come ginnastica e basta – viene descritta come una che fa yoga per ginnastica. In questi picchi opposti dell’esperienza il lettore si rivede, si spaventa, si sorride, si chiede come fare – almeno lui – per evolvere. Che poi Emmanuel Carrère passi la sua esistenza terrena a girare in una ruota come un criceto, dispiace: ma a noi basta che continui a scrivere libri magnifici e, per il resto, buona fortuna.

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