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Xi e Taiwan, sull’orlo del baratro. Parla Sisci

La Cina invaderà Taiwan? Xi Jinping sarà un presidente a vita? Ed è davvero pronto a ingaggiare una guerra globale con gli Stati Uniti? Mentre il termometro della crisi si infiamma a Taiwan – dove è atterrata la speaker del Congresso americano Nancy Pelosi fra le minacce di Pechino – facciamo un punto con Francesco Sisci, sinologo e giornalista.

Il viaggio di Pelosi è stato un errore?

Sarebbe stato meglio evitare. Perché aprire un secondo fronte quando ne hai già uno aperto in Europa? Un conflitto su due fronti non è mai una buona idea. C’è poi un altro rischio.

Quale?

Una saldatura politica tra Cina e Russia. Quella che, finora, è mancata di fronte alla guerra in Ucraina.

Perché per la Cina è un non plus ultra?

Con la normalizzazione dei rapporti diplomatici del 1980 Cina e Stati Uniti si erano accordati su una definizione vaga di Taiwan. Washington aveva riconosciuto Pechino al posto di Taipei. Questa visita di Pelosi accresce sensibilmente il profilo politico di Taiwan e dai cinesi è vista come un freno alla normalizzazione dei rapporti iniziata quarant’anni fa.

Stati Uniti a parte, chi si schiera con Taiwan?

Oltre al Giappone, ci sono altri Stati nella regione che devono aver dato un consenso a questa visita, sia pur tacito, come la Corea del Sud o la Malesia. Il motivo è semplice: se non ora, quando? Un elevazione del profilo politico di Taiwan è una risposta al riarmo della Cina e alle sue crescenti ambizioni nella regione.

Il viaggio era inevitabile?

È stato un domino. Se Pelosi lo avesse annullato a seguito delle minacce cinesi, dopo aver spinto per partire nonostante la contrarietà di Biden, avrebbe lanciato un messaggio pericoloso: gli Stati Uniti accettano i diktat di una dittatura.

La Cina può permettersi una guerra mondiale?

Ci sono tre ostacoli sul suo percorso. Il primo: la Cina importa gran parte delle sue proteine dall’estero, dalla soia alla carne. A differenza della Russia, non ha autosufficienza alimentare. Una guerra farebbe saltare l’importazione di 150 milioni di tonnellate di cibo.

Poi?

Fare la guerra a Giappone, Europa e Stati Uniti significa sfidare i tre pilastri del surplus commerciale cinese. Tradotto: dare un colpo quasi letale all’economia e minacciare il benessere della classe media.

Sul piano militare la guerra è alla portata di Pechino?

Qui vengo al terzo ostacolo: il capitale umano. La politica del figlio unico è un problema per la leva obbligatoria: checché se ne pensi, non c’è una riserva infinita di giovani cinesi da inviare al fronte. E inviarne uno significa mettersi contro due genitori e quattro nonni. Moltiplicato per l’esercito che servirebbe, si ha un’idea del problema.

C’è da aspettarsi una reazione muscolare?

Io credo che la Cina cercherà di controllare l’escalation. Al di là dei gesti anche militari dei prossimi giorni, nei mesi a venire assisteremo a nuovi round di sanzioni contro l’economia taiwanese. Una tenaglia economica.

C’è poi una spada di Damocle: il Congresso del Partito comunista cinese in autunno. Quanto pesa sulle mosse cinesi?

Il Congresso di autunno è un vero mistero. Seguo la Cina da trent’anni, e ogni anno il congresso è preceduto da voci, notizie, indiscrezioni: su questo una nebbia fitta, impenetrabile.

A cosa punta Xi?

Due priorità. La prima: assicurarsi un ruolo futuro, non sappiamo quale. Resterà al potere, ma con quale architettura? Forse da segretario del partito, forse da presidente.

Sarà più o meno potente?

Più potente. Nascerà infatti un Politburo composto da persone almeno dieci anni più giovani di lui, gli anziani andranno in pensione. Parliamo di ufficiali che devono l’intera carriera nel partito a Xi Jinping e a lui sono più leali.

Il potere di Xi è davvero così monolitico o qualche crepa inizia a vedersi?

Se una crepa c’è non si vede. Xi, non c’è dubbio, ha messo la sua firma su politiche controverse, dallo Zero-Covid al sostegno della Russia nell’invasione dell’Ucraina. Uno smacco sulla questione di Taiwan può avere conseguenze. Ma finora non c’è funzionario che abbia osato alzare la voce e l’apparato è sotto lo stretto controllo del governo centrale.

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