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Trump, blitz Fbi durato 9 ore: sequestrate 10 scatole di materiale. I repubblicani contro Fbi e ministero della Giustizia: “Spiegazioni”

Nove ore di perquisizione e dieci scatole di materiale. Il blitz dell’Fbi a casa Trump, secondo il Wall Street Journal, non rientra nell’indagine del Dipartimento di Stato sul 6 gennaio. I 30 agenti federali hanno passato al setaccio l’area privata di Mar-a-Lago dell’ex presidente, perquisendo anche l’armadio dell’ex first lady Melania e trascorrendo ore nell’ufficio riservato di Trump come riporta il New York Post citando alcune fonti. Secondo il Washington post il raid dell’Fbi aveva come obiettivo accertare se l’ex presidente o i suoi alleati avessero consegnato o meno i documenti e gli altri materiali proprietà del governo. Le autorità hanno iniziato a dubitare negli ultimi mesi sui documenti restituiti da Trump, sospettando che alcuni fossero stati trattenuti dall’ex presidente. Il ministro della Giustizia americano Merrick Garland è finito nel mirino del partito repubblicano. Non scampa agli attacchi neanche il direttore dell’Fbi, Christopher Wray, nominato proprio dall’ex presidente. I repubblicani compatti chiedono loro una spiegazione per un’azione senza precedenti. “È necessario che si spieghi cosa ha portato” alla perquisizione, afferma il leader dei repubblicani in Senato, Mitch McConnell, dando voce ai malumori del suo partito. Il Dipartimento di Giustizia non commenta. Bocche cucite anche all’Fbi.

Gli agenti hanno sequestrato il cellulare del deputato repubblicano Scott Perry, alleato di Donald Trump, come raccontato da Perry alla Fox, sottolineando di essere stato avvicinato nelle scorse ore da tre agenti che gli hanno presentato un mandato e confiscato il telefono. “Non hanno fatto alcun tentativo di contattare il mio avvocato – ha affermato ancora Perry – Sono indignato, ma non sorpreso, per il fatto che l’Fbi, sotto la direzione del Dipartimento di Giustizia di Merrick Garland, abbia sequestrato il cellulare di un membro del Congresso in carica”. E ha aggiunto: “Il mio telefono contiene informazioni sulle mie attività legislative e politiche, conversazioni private con mia moglie, la mia famiglia, elettori e amici. Nulla di tutto questo è affare del governo”. Poi ha incalzato: “Come con il presidente Trump, il Dipartimento di Giustizia ha scelto questa azione eccessiva e aggressiva invece di contattare semplicemente i miei avvocati”.

L’azione del Federal Bureau ha innescato una polemica anche tra l’lettorato: “È guerra” ha scritto su Twitter Steven Crowder, commentatore conservatore, ai suoi 1,9 milioni di follower. Una rabbia condivisa online da molti sostenitori dell’ex presidente. “Questo significa guerra”, ha scritto The Gateway Pundit, pubblicazione pro-Trump. Un post rimbalzato anche su Telegram grazie a un account legato a Stephen Bannon. Il blitz “mostra quello che molti di noi dicono da tempo. Siamo in guerra”, ha commentato Joe Kent, candidato alla Camera appoggiato da Trump, intervenendo al podcast ‘Bannon’s War Room’. Il linguaggio duro e violento preoccupa gli esperti politici. Pur non traducendosi direttamente in violenza fisica, crea un’atmosfera di violenza che diventa lentamente sempre più accettata.

Intanto l’ex inquilino della Casa Bianca – che non nasconde l’ipotesi di ricandidarsi alle elezioni del 2024 – sarà interrogato sotto giuramento nell’indagine civile del procuratore generale di New York, Letitia James, in merito alle sue pratiche commerciali come magnate immobiliare. “Stasera a New York City. Procuratore generale domani, per una continuazione della più grande caccia alle streghe nella storia degli Stati Uniti! – ha scritto Trump tramite il social network Truth- Io e la mia grande compagnia veniamo attaccati da tutte le parti. Repubblica delle Banane!”. Trump è alle prese anche con le irrisolte questioni fiscali. Un tribunale federale di appello ha confermato la sentenza emessa da un tribunale di grado inferiore, in base alla quale la Camera dei rappresentanti può avere accesso alle sue dichiarazioni dei redditi nonostante il suo status di ex presidente. Tuttavia, la battaglia legale non è ancora conclusa, poiché gli avvocati di Trump faranno sicuramente appello alla Corte Suprema, ultimo tribunale di appello nell’iter giudiziario della vicenda. Se almeno quattro giudici (su nove) voteranno per esaminare il ricorso, questo potrebbe rimandare fino al prossimo anno la sentenza definitiva. Nel frattempo, i repubblicani potrebbero avere riconquistato la maggioranza della Camera nelle elezioni di medio termine di novembre, e decidere di annullare la richiesta di esaminare i documenti fiscali dell’ex presidente. Nel rifiutarsi di sottomettere all’opinione pubblica le proprie dichiarazioni dei redditi, Trump ha infranto la consolidata tradizione seguita dai suoi predecessori in epoca moderna.

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