Adagiata sullo Ionio, Taranto dal greco Taras è una città che deve il suo splendore al popolo spartano che la colonizzò nel VIII sec a.C., intuendone le sue enormi potenzialità a livello marittimo-commerciale data la sua posizione geografica. Fin da subito, divenne una delle colonie più floride della Magna Grecia, da cui ha ereditato lo spirito resiliente che ancora oggi la contraddistingue.

Purtroppo però, il progresso invece di favorirne lo sviluppo l’ha condannata ad un tragico destino che ogni giorno frantuma i sogni di tutti i suoi abitanti. Taranto bella di “fama e sventura”, è oggi simbolo dell’ambizione incontrollata e senza scrupoli dei piani alti dello Stato, che lasciano i suoi cittadini respirare un’aria portatrice di un male infimo, pur di percepire i guadagni della seconda acciaieria più importante d’Europa, l’ex Ilva, dal 2017 appartenente alla multinazionale indiana ArcelorMittal. L’Ilva nasce nel 1961, da quel giorno le emissioni inquinanti che provengono dal sito hanno pian piano avvelenato gli operai all’interno della fabbrica, ed i cittadini che abitano le zone adiacenti all’acciaieria. Le fattezze del danno sanitario e ambientale, iniziarono a propagarsi già dai primi anni 90’, quando i medici constatarono un aumento esponenziale di malattie da mesotelioma, leucemie, patologie tumorali e malattie della tiroide. Nonostante l’evidenza documentata dai dati medici, per anni lo Stato ha ignorato le richieste di aiuto del Comune di Taranto, giacché l’azienda costituisce un pilastro per l’economia italiana. Tuttavia, grazie alle continue proteste e denunce del valoroso popolo tarantino, finalmente nel 2012 la magistratura dispose il sequestro dell’acciaieria per gravi violazioni ambientali. I periti nominati dalla Procura di Taranto hanno calcolato che in sette anni sono morte 11.500 persone a causa delle emissioni. Da allora, questo caso ha destato sempre più preoccupazione e scandalo fino all’Ottobre del 2019 quando la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo apre un ulteriore procedimento nei confronti dello stato italiano per emissioni incontrollate di tonnellate di polveri, diossido d’azoto e anidride solforosa. A Taranto, secondo i dati del registro Ines, negli ultimi anni, è stata immessa in atmosfera il 93 cento di tutta la diossina prodotta in Italia insieme al 67 per cento del piombo. Sono più di 14 mila i dipendenti di ArcelorMittal, che rischierebbero di perdere il loro lavoro se lo stabilimento chiudesse, e ancora di più le famiglie che ne subirebbero le conseguenze. L’aerea che paga più di tutte il prezzo delle emissioni inquinanti è il rione Tamburi, a pochi metri dall’acciaieria. Un quartiere che racconta le storie di uomini e donne che vivono una guerra contro un nemico invisibile e letale, la diossina. Un pezzo di terra dove è stato proibito ai bambini di giocare nei giardini rionali, ormai fatiscenti e penetrati dalle scorie inquinanti sepolte nelle loro collinette, dove le scuole sono state chiuse sebbene migliaia di bambini continuino ad abitare l’infestato rione Tamburi. Persino le lacrime delle famiglie sono prosciugate dal dolore che la quotidianità mostra loro. Una quotidianità che non prospetta futuro ai figli della sua terra, dove anche il settore ittico e agricolo soffre i danni dell’inquinamento che avvelena i raccolti ed il pescato. Ma non solo, le case adiacenti all’ex Ilva presentano i segni evidenti della diossina sulle loro pareti ormai corrose e alterate dalle polveri rosse, simbolo di una colpa mai espiata dai magnati del potere interessati solo al loro tornaconto personale. Taranto è una piccola Versailles, dove non risiede la nobiltà materiale, ma quella morale e civile. Un gioiello di resilienza all’indifferenza, un monito alla lotta contro le ingiustizie che giorno dopo giorno uccidono in modo crudele i fedeli cittadini tarantini. L’eredità che ci lasciano le morti bianche di questa città è un desiderio di giustizia e libertà che deve coinvolgere quante più persone possibili, col fine di dare pace a tutti gli angeli che hanno perso la loro battaglia contro un male che attanaglia le vite della maggior parte di famiglie tarantine. Oggi più che mai il peso dell’indifferenza ci insegna a non renderci complici del silenzio, ma produttori di un fastidioso ed incessante grido di verità.

Maria Lisa Fiore classe 4AL, Liceo Linguistico “G. Bianchi Dottula”, Bari

Dettagli
Visite: 127

Related Posts

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.