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Respira, prima di lottare: Systema, un'arte marziale riscoperta




Roma, 11 set – Il bogatyr è un guerriero. E’ il cavaliere errante del mondo slavo. Del suo coraggio e forza sovrumana cantano le fiabe e i poemi della tradizione, detti byliny, ancor oggi tramandati oralmente attorno alla stufa, in alcuni villaggi ai confini boreali. Non eccessivamente popolano da venir snobbato dall’intellighenzia artistica moderna, Viktor Vasnecov ne trasse ispirazione per l’omonimo quadro de I bogatyri, e Aleksandr Puškin ne trattò nella fiaba La Zarevna morta e i sette eroi. Il bogatyr si batte contro draghi, serpentoni, streghe e nemici di ogni tipo, in difesa della comunità e della terra. Le sue abilità attingono a precise tecniche di lotta che, già attorno al VI-VII secolo, facevano saltare agli occhi degli storici Procopio di Cesarea, per parte bizantina, e Giordano, per parte gota, gli slavi come eccellenti combattenti. Come il nostro paladino Orlando combatté eroicamente l’infedele, i bogatyri medievali furono baluardo contro cui le incursioni dei peceneghi, dei tatari, dei cumani e degli altri popoli della steppa, s’infrangevano al tempo del gran Stato unitario della Rus’ di Kiev. Uomini d’arme in azione dal secolo IX e riuniti, nel periodo di maggior gloria, presso la corte del gran principe Vladimir I.

Systema, un’arte marziale che non trae origine da scuole orientali

Da personaggi realmente esistiti proprio come l’Orlando nipote di Carlo Magno, hanno assunto, nell’epos, i tratti leggendari con cui restano immortalati. Aleša Popovič, Dobrynja Nikitič, Ilya Muromets, i tre più noti: astuto il primo, gentiluomo il secondo, forzuto il terzo. La figura di quest’ultimo risponderebbe addirittura a quella del venerato santo monaco Elia sepolto nei sotterranei del monastero delle Grotte di Kiev. Del resto, durante i secoli dell’Alto Medioevo, era abbastanza comune sia fra gli aristocratici europei (conti, marchesi, duchi, baroni, fino agli imperatori) sia fra i bogatyr slavi, passare gli ultimi anni di vita nelle meditazioni del monastero, indossando il saio. Ed è in questo preciso ambito che si è perpetuata la conoscenza del metodo di combattimento detto Systema (Система, in russo) unica antica arte marziale, ancora in uso, che non tragga origine da scuole o filosofie orientali. Predilezione tutta russa, quella per il corpo a corpo, che a fine ‘700 faceva affermare al principe Suvorov – che combatté i francesi venuti a esportare la Rivoluzione in Italia: “La pallottola è una vecchia pazza che non sa quel che si faccia, la baionetta è una giovine saggia ed in tutto il suo vigor!”.

“Atei, in trincea, non ce ne sono”

Due i moderni padrini del Systema: Mikhail Ryabko e Vladimir Vasiliev, i quali, a seguito del crollo dell’Urss, hanno permesso la diffusione globale di quel sapere pratico indispensabile all’uomo dei secoli passati. I plebei imparavano la lotta a mani nude direttamente sui campi e, con balli e giochi nelle feste popolari, la tenevano viva; i nobili ne avevano una conoscenza più metodica, la stessa che permise a poche fortunate famiglie di sangue blu, come i Golitsin di Mosca, di uscire indenni dall’Ottobre Rosso, in qualità di istruttori delle élite militari antesignane degli Spetsnaz. All’atto pratico, ciò di cui parliamo si traduce nella totale assenza di mosse o strategia preordinate, nella non-resistenza all’attacco dell’aggressore (similmente all’Aikidō), e in quella calma serafica di chi pratica l’esicasmo, un’antichissima preghiera al ritmo del battito cardiaco. Pertanto, se i monaci occidentali dell‘ora et labora ci lasciarono in dono la memoria filosofico-letteraria greco-romana, quelli orientali fecero altrettanto con il combattimento a mani nude. Preghiera e combattimento come facce della stessa medaglia, connubio in gran parte dimenticato. “Atei, in trincea, non ce ne sono – sostiene Ryabko – in battaglia vuoi subito iniziare a credere in Dio, non importa quello che sei stato prima”.

Respirare, prima di lottare

Eredi di quel tempo in cui, per reggere ore sul campo di battaglia una mazza o una spada, era necessario non disperdere preziose energie, i tutor di quest’arte marziale insegnano che quando si è nella mischia, prima ancora di lottare, bisogna respirare. D’accordo, tutti noi respiriamo. Però, nella maggior parte dei casi, lo facciamo impropriamente: troppe volte al minuto e in maniera troppo superficiale. Ogni giorno speso senza respirare nel modo giusto è un passo verso la resa allo stress e al deterioramento dello stato di salute – osserva Vasiliev. Stile di vita ipercalorico, sedentario, ansiogeno, le cause che, partendo dalla respirazione, vanno ad inficiare l’ossigenazione di organi, sangue, muscoli, e la reattività per ogni sollecitazione ricevuta.

Reattività che per essere adeguata, in tempo di pace come in tempo di guerra, deve dipendere dalla giusta proporzione fra ciò che ci accade intorno e come lo viviamo all’interno di noi stessi. Ma il meccanismo si è starato. Da un lato, ecco la litigiosità sociale che riscontriamo in ogni dove, differentemente da quanto poteva accadere per i nostri avi. Da un altro, ecco le molteplici, quasi femminee mutevolezze di chi vive oggi, pure quelle sconosciute alla solidità d’animo di chi ci ha preceduto. Ebbene, l’equilibrio emotivo va al passo del giusto ritmo con cui lavorano i polmoni e – come pure documentarono gli studi dell’ucraino dottor Kostantin Buteyko – lo stesso avviene per il benessere fisico, altro punto fragile dell’uomo contemporaneo. Lo sapevano i bogatyr e i monaci, e sarebbe un peccato non attingere a una tale sapienza antica.

Alessandro Staderini Busà

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