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Patria e coraggio: la meglio giovinezza tra Mazzini e d’Annunzio

L’idea di gioventù ribelle nasce a destra, anche il ‘68 era stato anticipato nel ‘19 a Fiume

L’idea di gioventù ribelle nasce a destra, all’inizio del secolo scorso, e poi molti anni dopo sarà scippata dai comunisti, che si presenteranno indebitamente come i difensori di quella. Cosi come la cultura italiana del Novecento è essenzialmente di “destra” , anche una larga parte di quella di “sinistra”, cosi i giovani ribelli di inizio Novecento sono tali perché vogliono la Nazione e non la Classe, la Patria e non il socialismo. Bisogna infatti ricordare che la idea stessa di “giovane” nasce con il romanticismo: la convinzione che esista cioè una fase della esistenza precedente la maturità e successiva alla fanciullezza e che essa sia più ricca, in ogni caso più creativa, delle altre. Sulla base di tale idea il Risorgimento italiano si era presentato anche come un movimento di giovani, a cominciare dal nome stesso della organizzazione mazziniana, la Giovine Italia. Alla fine dell’Ottocento il mito del “risorgimento tradito” prima dai moderati poi dai trasformisti alimenta l’idea che la gioventù debba ribellarsi contro la piccola Italia dei politici: da Giosuè Carducci a Gabriele D’Annunzio a Alfredo Oriani, la rivolta della gioventù che anela al bello e al vero contro la politica “corrotta” (in senso morale) nutre i moti irredentisti, popolari tra studenti prevalentemente liceali e universitari. Di fatto la prima matrice di movimenti “studenteschi” la troviamo proprio nei giovani universitari di Roma, di Napoli, di Padova che vogliono Trento e Triste. L’Italia giovane è ribelle per forza di cose contro la “corruttela” giolittiana: contro “L’Italia che come è oggi non ci piace”, scrive un giovane Giovanni Amendola, si forma un movimento variegato composito di giovani intellettuali da Giuseppe Prezzolini a Gaetano Salvemini, da Giovanni Papini a Ardengo Soffici fino agli stessi Benedetto Croce e Giovanni Gentile, che rigettano il giolittismo come incarnazione di una Italia vecchia, debole, infrollita, massonico-socialista. Le stesse avanguardie artistiche come il futurismo sono abitate da questa retorica della giovinezza, che significa prima di tutto ribellione e distruzione, di una idea archeologica e museale di tradizione: la macchina è giovane ma anche la guerra lo è, come professa un Filippo Tommaso Marinetti trentenne, entusiasta della guerra italo turca del 1911. Il solo movimento politico a cercare di rappresentare questa gioventù è quello nazionalista di Enrico Corradini ma anche degli studenti in camicia azzurra che, nella Università patavina, il professore giurista nazionalista, Alfredo Rocco, organizza per contrastare la propaganda sovversiva e rossa. Il socialismo invece ai giovani si interessa poco, diviso tra filo giolittismo dei riformisti e operaismo della sinistra. Con una eccezione, di non poco conto; il neanche trentenne Benito Mussolini che, a capo dell’”Avanti!” presenta il suo nuovo socialismo rivoluzionario sovversivo e “teppistico” come il partito dei ribelli contro il vecchiume della Italia giolittiana, un mostro massonico clericale dopo il Patto Gentiloni. Giovani proletari ma anche universitari. Che il vero padre del Sessantotto sia il giovane Benito? Qui a mo’ di battuta ma vedremo tra un momento come il parallelo tra proto o primo fascismo e sessantotto non è cosi peregrino. Intanto se il mito della gioventù ribelle fino alla Grande guerra è questione di aristocrazie ristrettissime, è con le trincee che i giovani, soprattutto borghesi e contadini, i primi per scelta i secondi per obbligo, si incontrano. Guerra e ribellione? Si, perché a riempire le piazze degli intervenisti, che vogliono l’Italia entri nei conflitto contro i giochi di Giolitti, sono i giovani, che del resto mobilita soprattutto D’Annunzio durante le radiose giornate del maggio 1915: i suoi discorsi di quelle ore, per molti versi attuali ancora oggi, si rivolgono soprattutto ai giovani. E se durante la guerra la ribellione deve essere assolutamente bandita, è contro la vittoria mutilata dalle manovre soprattutto della Francia e contro il tentativo di alleanza tra vecchia classe politica liberale e socialisti che si forma una gioventù ribelle, contraria a svendere l’Italia alla Società delle nazioni da un lato e ad una forma di socialismo strisciante all’interno. Ecco cosi da un lato l’esercito che segue d’Annunzio a Fiume, epopea suprema della gioventù al potere, per certi versi davvero anticipazione del Sessantotto, ma di un Sessantotto rivoluzionario nazional-conservatore. Dall’altro la “trincerocrazia” dei Fasci di Mussolini e del primo fasciamo sansepolcrista. Il fascismo – che non si può relegare a destra soprattutto quella della fase movimentistica – fu a tutti gli effetti un universo giovanile: giovani erano i leader, giovani gli iscritti, giovane si pretendeva la retorica e la ideologia che sosteneva. Il mito giovanilistico era talmente forte che, senza grande successo Piero Gobetti prima e Carlo Rosselli cercarono di infonderlo all’antifascismo. Passano i decenni e solo con gli anni Sessanta la gioventù ribelle comincia ad essere corteggiata dalla sinistra comunista, che fino a pochi anni prima aveva però tacciato di sentore di “fascismo” James Dean e Marlon Brando. E si ha il sessantotto. Che il filosofo liberale Nicola Matteucci, già a caldo, giudicava come l’erede dell’antigiolittismo e del primo fascismo di tanti anni prima. Per lui, antifascista e anticomunista assieme, non era un complimento. Ma è l’ennesima riprova che il mito della gioventù ribelle non nasce certo rosso.

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