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Paolo Borsellino, il Magistrato




In questi 76 anni di Repubblica italiana, quasi mai l’espressione «senso dello Stato» è stata qualcosa di più di un’invocazione retorica, o addirittura un alibi per ingoiare le ingiustizie del potere. In questi 76 anni, non è stato sempre facile essere orgogliosi di essere italiani e quasi mai tale orgoglio è stato suscitato da uomini delle istituzioni. In questi 76 anni, per troppe volte «giustizia» è stata una parola morta, un guscio vuoto, un’emissione di fiato senza significato. Ma se in questi 76 anni qualche volta le cose non sono andate così, lo dobbiamo anche a figure come quella di Paolo Borsellino.

La vita di Paolo Borsellino

Il magistrato siciliano ha rappresentato lo Stato come cultura – e di conseguenza come azione – contro l’anti-Stato come cultura – e di conseguenza come prassi. La mafia, così particolare, così connotata, così localistica nella sua forma, rappresenta infatti una particolare espressione di una forma mentis che invece è universale. Nello specifico, la mafia è l’anti-Stato in almeno tre sensi.

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Intanto per la prevalenza dell’interesse particolare su quello generale, per la struttura parallela, parassitaria, che infiltra lo Stato e si sostituisce ad esso, per il prevalere della clientela sulla res publica. La cosca è un altro nome per dire la loggia, la lobby, la cricca, l’oligarchia.

La mafia è inoltre basata su una cultura antivirile, quindi antieuropea. A differenza delle apparenze e delle denominazioni, è una cultura opposta a quella dell’onore, il machismo da operetta che la sorregge è innervato di spirito matriarcale e di ipocrisia codina. È un familismo amorale, un retaggio bigotto, un’attitudine da saltimbanco.

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In terzo luogo, la cultura mafiosa è avida, materiale, economicistica, è una forma di capitalismo selvaggio, spietato, darwiniano, incurante del prossimo, dell’ambiente, della polis. Gli stessi territori in cui dilaga, spacciandosi per una sorta di sindacato armato della povera gente, sono depredati, spogliati, imbruttiti, incattiviti dalla mafia.

Di fronte a questo cancro, uomini come Borsellino hanno saputo ridare dignità a uno Stato che per troppo tempo si era reso indistinguibile e sovrapponibile rispetto all’anti-Stato. Lo ha fatto in una magistratura che, a sua volta, si pensa in Italia come contropotere, come Stato nello Stato, come cittadella fortificata in cui vigono altre leggi, come organo di tutela e controllo del popolo sovrano e delle sue espressioni politiche. Se in Italia non è facile amare lo Stato, ancor di meno è agevole apprezzare i magistrati, potere forte apertamente e ostentatamente palese, tetragono a ogni riforma e a ogni limite. Tant’è che i migliori di essi molto spesso è più facile trovarli al camposanto anziché in tribunale.

Che Borsellino, con questa sua unicità, venisse dal Fuan e avesse un’identità politica così ben delineata e mai smentita, non è un caso. Egli incarna infatti una destra nobile, etica, di cui la destra politica, soprattutto negli ultimi anni, non è stata quasi mai all’altezza. La destra degli uomini d’onore, quelli veri, non quella dei furbi, dei vili, dei qualunquisti. Una destra che ha rischiato di restare sepolta in via D’Amelio, il 19 luglio 1992. Questo libro serve anche a scongiurare questo oblio.

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