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Nel film di Martone il vincolo identitario del Rione Sanità

“Nostalgia” ha conquistato il Grand Theatre Lumiere, nell’ottava giornata del Festival di Cannes. Dieci lunghi minuti di standing ovation per il regista Mario Martone visibilmente commosso. Con il suo candido “I speak only napoletan” ha strappato una tenera risata al pubblico scusandosi della sua scarsa dimestichezza con il francese. Unico film in concorso ufficiale, alla 75° edizione del Festival di Cannes, dal 25 maggio è uscito nelle sale italiane. “Nostalgia” (produzione italo-francese di Picomedia e Mad Entertainment, distribuito da Medusa Film) è soprattutto un racconto identitario.

Il ritorno all’origine, a ciò che siamo. Il desiderio di ricongiungerci con noi stessi. Ricostruire, mattone dopo mattone, i ricordi per svelare ciò che abbiamo seppellito giù nel profondo. Non si può rinnegare sé stessi per sempre. E anche se fa male, è una dolce e struggente “nostalgia” di cui non possiamo inesorabilmente fare a meno. La Napoli ancestrale e labirintica di Mario Martone è uno stato dell’anima. Un’indagine la cui struttura ricorda quella di una sinfonia. La “Recherche” di Proustiana memoria tenta di offrire una risposta alle domande essenziali di ogni individuo, ovvero chi siamo e cosa dobbiamo farne della nostra esistenza. Riadattamento dell’omonimo romanzo di Ermanno Rea (2016), come fu per Amore Molesto del 1995 e L’odore del Sangue del 2004. 

L’eroico Felice Lasco (interpretato dal virtuoso Pier Francesco Favino) oramai, da oltre 40 anni naturalizzato egiziano, torna nei luoghi della sua infanzia e si interroga sulla propria identità e sul significato della vita. Figliol prodigo riscopre l’amore profondo verso sua madre (Aurora Quattrocchi) che accompagna con cura negli ultimi istanti della sua esistenza. Ed è lui figlio a vestirla, pettinarla, a rimboccargli teneramente le coperte come una bambina che ha bisogno di essere protetta dal male che la circonda. La Pietà di Michelangelo rievocata in una delle scene più intense e commoventi del racconto in cui Felice lava, come in una fonte battesimale, chi gli ha donato la vita.

Frammenti del passato del protagonista e i suoi ricordi diventano minuti pezzi di un puzzle che combina in modo progressivo e che vanno a costituire ciò che è l’ineluttabilità del presente. Ma è il linguaggio a segnare il vero cambiamento del protagonista. Felice, dall’accento spiccatamente arabo, parla a stento l’italiano, scava faticosamente i ricordi così come le parole della sua infanzia. Ma se prima Napoli è un luogo sconosciuto e respingente, man mano diventa accogliente fino ad essere il luogo dove comprare una casa. E come una marea riaffiora tutto: il passato, il dolore e la lingua con cui la madre gli parlava da bambino. Felice improvvisamente torna a parlare il dialetto napoletano e a riconoscere i luoghi della sua infanzia. Nostalgia ovvero Nòstos- ritorno e Algia- dolore. Amore e morte, nei due personaggi il prete Don Luigi (Francesco Di Leva) e l’amico, ora Boss della malavita, Oreste (Tommaso Ragno) si condensa la ricerca ossessiva del passato.

Torna la netta visione poetica di Martone, intrisa di Neorealismo contemporaneo, con la sua indagine immersiva nei dedali del Rione Sanità. Più che un luogo, un “personaggio” del racconto. Un flusso dialettico che porta Felice al confronto con sé stesso. Alle prime resistenze e al suo ostinato non ricordare chi era stato, il viaggio negli Inferi, nei vicoli tentacolari del quartiere, lo pone di fronte ad uno specchio. Il Rione Sanità è un vincolo identitario, memoria extratemporale inconscia e inattesa che viene richiamata involontariamente e che pone Felice di fronte ad una scelta risolutiva.

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