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Mostra del cinema di Venezia, sullo schermo «Ti mangio il cuore» di Mezzapesa. Sul red carpet Elodie

La pellicola in concorso nella sezione “Orizzonti” della Mostra di Venezia, analizza e racconta il Gargano della violenza rustica, terragna, pastorale

04 Settembre 2022

Oscar Iarussi

«È incinta» – «È il nostro?». Il brevissimo dialogo tra Andrea Malatesta e sua madre si riferisce a Marilena, moglie del boss alla macchia del gruppo avverso, i Camporeale. Non «il tuo», bensì «il nostro»: il sentimento tribale, clanico, endogeno sta tutto in questa battuta. Ti mangio il cuore di Pippo Mezzapesa, in concorso nella sezione “Orizzonti” della Mostra di Venezia, analizza e racconta il Gargano della violenza rustica, terragna, pastorale, dove l’abigeato, cioè il furto di bestiame, non solo è un reato ancora attuale, ma è l’eco di diatribe sanguinarie tra famiglie dello stesso villaggio che si tramandano di generazione in generazione. È il contesto arcaico e per certi versi indicibile in cui s’innestano nuovi crimini e centinaia di omicidi per droga, usura o altro, dando corpo alla cosiddetta “quarta mafia” che dilaga dalla montagna fino alla piana tra Cerignola e San Severo. I giornalisti Carlo Bonini e Giuliano Foschini hanno dedicato al fenomeno un libro-inchiesta per i tipi di Feltrinelli (2019), dal quale il film è tratto con lo stesso titolo. Producono la Indigo e Rai Cinema, con il sostegno della Apulia Film Commission.

Mezzapesa, nato a Bitonto nel 1980, ha scritto la sceneggiatura con Antonella W. Gaeta e Davide Serino, e ha concepito-ricostruito un mondo chiuso, serrato nelle sue vecchie usanze e in comportamenti autodistruttivi, sfavillante degli sguardi di odio e di una malintesa devozione religiosa sotto il segno del matriarcato. Difatti gli uomini si ammazzano tra loro, ma sono le donne a dominare silenziosamente il paesaggio umano/disumano, a muovere i fili della perenne vendetta, a incubare un futuro che non si discosti troppo dal passato. Per questo è «imperdonabile» che la giovane Maddalena sia transfuga per passione da un clan all’altro, madre dei figli di due uomini nemici giurati tra loro, «traditrice» e «puttana» nonostante il velo nero che le copre il volto – come quello di tutte le altre – nella processione della Madonna Desolata. Il corteo rituale riserva una rara potenza visiva nel bianco e nero del film, che, anche grazie alla fotografia di Michele D’Attanasio e alle musiche di Theo Teardo, trasfigura le stradine e le campagne petrose dei paesi foggiani in un Oriente domestico, un Far East dietro l’angolo dal fascino terribile.

A interpretare Maddalena è una corrusca e convincente Elodie al suo debutto sul grande schermo dopo un’estate in cui ha dominato la ribalta musicale. Protagonista col piglio sensuale, quasi inutile rimarcarlo, sin dalle prime occhiate di fuoco con il futuro amante e dall’amplesso suggellato con una inquadratura in campo lungo nelle saline. Ma tutto il cast è efficace: Andrea Malatesta è Francesco Patanè, suo padre Tommaso Ragno, la madre Lidia Vitale, e poi Francesco Di Leva, Michele e Brenno Placido… Sotto il sole nero dei luoghi cari a Padre Pio, cui Abel Ferrara ha dedicato il film passato qualche giorno fa al Lido di Venezia, Ti mangio il cuore è un crudele Favoliere/Tavoliere delle Puglie con una coesione stilistica e nessuna condiscendenza verso lo scenario di stereotipi criminali che mette in scena. Un racconto civile e una storia d’amore a suo modo «cannibalesca» come in Bones and All di Luca Guadagnino, che, forse, infine può essere più forte del destino, più forte del male.

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