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L’Italia non conta nel Mediterraneo, occhio ai turchi

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“Con questi….. chiamiamoli per quel che sono….. dittatori, di cui però si ha bisogno, per collaborare, uno deve essere franco nell’esprimere la propria diversità di vedute, di opinioni, di comportamenti, di visioni della società, ed essere anche pronto a collaborare, a cooperare più che collaborare, per assicurare gli interessi del proprio Paese. Questo è importante. Secondo me bisogna trovare l’equilibrio giusto”. Con queste parole pronunciate nell’aprile del 2021 Mario Draghi, da poco Presidente del Consiglio dei Ministri della Repubblica Italiana, esprimeva, in maniera molto diretta, la sua opinione sul presidente turco Erdogan e sul comportamento da tenere nei suoi confronti. Non si fece attendere la risposta piccata dell’interessato, come era largamente prevedibile.

Quella diatriba sembra, alla luce del recente incontro tra i due e degli accordi che ne sono seguiti, ormai molto lontana. A inizio luglio, infatti, si è svolto ad Ankara il terzo vertice intergovernativo italo – turco. Il premier italiano, volato in Turchia insieme a diversi esponenti del suo esecutivo, ha infatti definito la Turchia e il Belpaese “partner, amici ed alleati”. Il risultato del vertice è stato la sottoscrizione di diversi accordi con l’obiettivo di “rafforzare la cooperazione”, come ha sottolineato il leader turco. Erdogan, che non ha mancato di porgere le sue condoglianze a Draghi per la sciagura della Marmolada, ha chiarito che la Turchia, già primo partner economico dell’Italia nel Medioriente, intende portare entro quest’anno il volume dell’interscambio a 25 miliardi di dollari. Dalla stabilizzazione della Libia alla gestione dell’immigrazione, dalla crisi alimentare provocata dalla guerra in Ucraina allo sfruttamento del gas nel Mediterraneo orientale, sono stati diversi i temi discussi nell’incontro come diversi sono stati gli accordi raggiunti. In fin dei conti, Turchia e Italia hanno interessi comuni riguardo alla Libia e in generale al Mediterraneo come ad un controllo dell’immigrazione. Comune è, inoltre, l’obiettivo di risolvere la crisi del grano attualmente in atto.

Detto questo, non si può non notare che il rapporto tra Roma ed Ankara, per quanto vantaggioso per entrambi, si sta configurando sempre di più come un rapporto palesemente asimmetrico. È in corso, infatti, soprattutto dalla guerra contro la Libia di Gheddafi in poi, un processo di ridefinizione delle gerarchie tra gli stati, in particolar modo nel Mediterraneo, si tratti di quello in senso stretto o di quello cosiddetto ‘allargato’, che vede la Turchia in evidente ascesa e l’Italia in evidente discesa. E i due fenomeni sono, in parte, collegati. Ankara, infatti, ha guadagnato posizioni, nel corso degli ultimi decenni, in vari teatri, a scapito di Roma.

Nel Corno d’Africa, il Belpaese, che poteva contare su di una presenza praticamente ininterrotta da fine Ottocento, è stato scalzato dai turchi con una facilità impressionante e in tempi relativamente brevi. Il caso del sequestro della cooperatrice italiana Silvia Romano è emblematico: per ottenerne la liberazione è stato necessario rivolgersi ad Ankara, che evidentemente ha, in Somalia e dintorni, ben altro peso rispetto a Roma. Questo nonostante l’Italia abbia continuato, negli ultimi decenni, a investire somme significative nei progetti per lo sviluppo e a garantire una presenza militare a fini umanitari.

In Libia non è andata meglio, anzi. Qui il passaggio di testimone tra Italia e Turchia è stato repentino e dovuto all’intervento militare turco che, giunto in risposta alla richiesta di aiuto del governo di Tripoli, ha mutato le sorti dello scontro con le truppe di Haftar, arrivate alle porte della capitale libica e da lì gradualmente respinte fuori dalla Tripolitania dai soldati di Erdogan. Questo ha determinato l’assurgere della Sublime Porta al ruolo di primo partner politico – militare di Tripoli (ma non della Cirenaica) sostituendo l’Italia come alleato di riferimento.

Nei Balcani per il Belpaese non va molto meglio. Qui, infatti, nonostante la presenza di governi – come quello di Tirana – amici, il peso della Turchia ( e di altre realtà statuali, come per esempio la Germania) in quello che è il nostro estero vicino tende a crescere, anche a nostro discapito. Come si spiega tutto ciò? La politica estera italiana sconta diversi limiti. Intanto l’instabilità politica. È chiaro che un susseguirsi costante di governi spesso costretti a dedicare buona parte delle proprie energie a mantenersi a galla in Parlamento mal si concilia con la possibilità di ragionare in termini strategici, e a medio termine, il che è necessario per impostare una politica estera incisiva. Inoltre, la tendenza, tipica delle classi politiche in generale ma da noi in taluni casi particolarmente evidente, di piegare la politica estera ad esigenze (e beghe) di politica interna, o semplicemente di coalizione o di partito, si è rivelata spesso nefasta. Come nefasta è la tendenza ad impostare la politica estera secondo criteri di carattere ideologico e/o elettoralistico. Un altro problema serio è una mancanza da parte della classe politica, ma anche dell’opinione pubblica, di una visione politica del nostro Paese e di quelli che sono gli interessi nazionali, sostituita spesso, nell’immaginario collettivo, da una sorta di pacifismo astrategico e scevro di ogni consapevolezza di quelli che sono i nostri interessi, a cui può a volte subentrare un interventismo deciso più sull’onda dell’emotività che in seguito ad una accorta e razionale valutazione strategica.

“Per essere efficace nell’ex colonia e altrove, l’Italia dovrebbe sapere cosa vuole, individuare i suoi interlocutori sul campo, avere risorse militari ed economiche necessarie ad avanzare la propria causa”. Sono parole scritte da Lucio Caracciolo, alcuni anni fa, in riferimento alla politica italiana verso la Libia. Secondo lo studioso il Belpaese, queste regole, le ha ignorate tutte. E, come ci permettiamo di sottolineare in questa sede, non soltanto in Libia. I turchi hanno, viceversa, applicato decisamente le tre regole menzionate sopra.

Nel Corno d’Africa, nell’arco di un paio di decenni la Turchia ha avviato una politica fatta di investimenti, aiuti umanitari e sanitari, scambi culturali, cooperazione in ambito militare e politico che l’ha resa protagonista (Ankara è oggi uno dei maggior investitori in Etiopia e in Somalia). È evidente che la Sublime Porta persegue il disegno lucido e coerente di ergersi a protagonista in quella parte del mondo. In Libia Erdogan ha accettato di scendere in guerra per salvare l’Esecutivo di Tripoli (la richiesta era stata fatta da Al Sarraj anche ad altri governi, compreso il nostro, ma la Turchia è stata l’unica a rispondere all’appello) e, dopo il sostanziale successo sul campo, Ankara, che nel frattempo ha stretto con Tripoli un accordo di delimitazione delle rispettive ZEE molto vantaggioso, mantiene una salda presenza militare in Tripolitania, a cui si sta affiancando una forte presenza economica. Nei Balcani, il peso della Sublime Porta è ovunque in aumento.

Tornando alle regole di Caracciolo è evidente che la Sublime Porta sa perfettamente ciò che vuole e come ottenerlo. E ha dimostrato di avere una capacità di ragionare e pianificare le proprie azioni nel breve ma anche nel medio termine, ponendo in essere un’azione politica ‘a 360 gradi’ nei confronti dei soggetti e degli scenari di proprio interesse che prevede l’uso combinato dei più disparati instrumenta regni. Per l’Italia non si può dire la stessa cosa. La vera e propria evaporazione del Belpaese in diversi scenari per noi strategici e dove potevamo vantare una presenza che durava da tempo ne è la prova. Nel Corno d’Africa, dove la presenza e il ruolo dell’Italia risalivano a fine ‘800, il disinteresse mostrato dalla nostra classe politica, e soprattutto la mancanza di visione e obiettivi hanno portato alla nostra quasi irrilevanza, nonostante l’impegno a fini umanitari garantito dal nostro Paese a cui si è già accennato. In Libia, la tendenza ad occuparsi del Paese africano a tratti, spesso senza obiettivi precisi e limitando la nostra azione alla questione migranti unita ad una evidente incapacità decisionale più volte riscontrata ha portato ai risultati che conosciamo. Nei Balcani, ma il discorso si può fare in generale nell’estero vicino, la rilevanza dell’Italia si è palesemente ridotta nel corso degli ultimi decenni ed il nostro Paese è visto spesso come un partner puramente commerciale. Non tutto è perduto, ma un recupero, per lo meno parziale, delle nostre posizioni, implica uno sforzo e una capacità di visione che finora alla nostra classe dirigente sono spesso mancati.

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