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L’Italia è una repubblica agonizzante, tre governi in una legislatura sono la tomba del sistema partitico

La legislatura che sta per concludersi segnerà forse la fine della Repubblica dei partiti. Agonizzava già da anni e decadeva da decenni però il punto di non ritorno si è raggiunto in questi cinque anni, nei giri sempre più vertiginosi di una giostra sfuggita a ogni controllo. Era partita con i risultati esplosivi delle elezioni del 4 marzo 2018: M5S da solo sopra il 32%, Pd precipitato sotto il 19%, Lega a un passo dal Pd e primo partito del centrodestra. La formazione del governo richiese quasi 3 mesi e fu turbolenta.

L’alleanza tra i 5S e la Lega, partiti che avevano escluso in campagna elettorale ogni possibilità d’incontro, era anomala però non troppo: i due partiti erano per molti versi simili, condividevano la vocazione antisistema, le parole d’ordine populiste, la pulsione antieuropea. L’elemento dirompente era però la rottura, a urne ancora calde, della coalizione di centrodestra che si era presentata unita alle elezioni e che si dimostrò già in partenza un inganno, con effetti già irreversibili sulla credibilità dell’intero sistema. Ci voleva un premier indicato dal partito trionfatore ma accettato dal Carroccio. Di Maio, capo politico nonché astro nascente del Movimento, tirò fuori dal cilindro Giuseppe Conte, oscuro avvocato universalmente ignoto che non aveva mai neppure aderito al Movimento, già candidato al ministero della Pubblica amministrazione nel governo ombra che i 5S avevano presentato qualche mese prima tanto per fare un po’ di propaganda.

Ci voleva anche un ministro dell’Economia e l’incidente scoppiò proprio sull’indicazione da parte dei due partiti ora alleati di Paolo Savona, economista anti euro. Mattarella rifiutò di firmare la nomina. La tensione s’impennò. Di Maio incappò non per l’ultima volta in una clamorosa gaffe minacciando di chiedere l’impeachment del capo dello Stato. Poi si arrese e il governo gialloverde mollò gli ormeggi, caso più unico che raro di governo che faceva proprie parole d’ordine e toni ringhiosi di un’agguerrita opposizione. Gli elettori gradivano. Nei sondaggi i consensi del ministro degli Interni Salvini s’impennarono fino a superare i 5S, che peraltro non scendevano molto al di sotto del clamoroso risultato elettorale.

Il ministro leghista faceva il pieno di voti xenofobi con spettacolari messe in scena di navi delle ong cariche di profughi bloccate nei porti, con tanto di affermazioni sempre più truculente Ma quello gialloverde non era un semplice governo reazionario e xenofobo. L’introduzione del reddito di cittadinanza, salutata dal solito Di Maio sempre incurante del ridicolo come “abolizione della povertà”, era pur sempre la sola vera riforma sociale varata da un governo in una trentina d’anni. La parziale cancellazione della riforma delle pensioni Fornero andava incontro a una delle richieste più popolari anche nell’elettorato di sinistra. La fine del governo M5S-Lega, popolarissimo nonostante una campagna stampa ostile che non esitava a evocare il fantasma di Benito Mussolini e qualche volta persino quello di Adolf Hitler, è stata il vero momento di svolta della XVIII legislatura.

Pesarono la frustrazione dei 5S messi in ombra dal truce ministro leghista, l’ansia di quest’ultimo di tradurre in seggi e voti reali i consensi alle stelle registrati dai sondaggi. Ma soprattutto pesò l’insofferenza di Giuseppe Conte, che non aveva alcuna intenzione di farsi costringere nel ruolo quasi da prestanome che gli era stato assegnato e di farsi schiacciare dalla tenaglia formata dai potenti vicepremier, Salvini e Di Maio. Il governo gialloverde non finì al Papeete. Finì quando Conte decise di spostare i voti decisivi del M5S a favore di Ursula von der Leyen per la presidenza della commissione europea, nel luglio 2019, senza concordare il voto con la Lega e anzi senza neppure avvertire gli alleati. Era una rottura clamorosa con tutta la tradizione del M5S nonché un colpo fatale per l’alleanza gialloverde. Era anche la mossa con la quale un singolo leader, senza neppure essere capopartito, terremotava l’intero quadro in base a calcoli personali.

Conte si affermava infatti così come l’alternativa a Salvini, in quel momento il leader forse più detestato e temuto dall’establishment europeo, e come l’uomo in grado di “normalizzare” il M5S. La fine del governo gialloverde era a quel punto solo questione di tempo. Salvini giocò le sue carte nel modo peggiore possibile: annunciando il 7 agosto, in bermuda, dal Papeete che “nel governo qualcosa si è rotto”. Il leader leghista contava su un tacito accordo con il segretario del Pd Zingaretti per arrivare con la crisi a nuove elezioni che avrebbero permesso al segretario e presidente del Lazio di sostituire con figure di sua fiducia i gruppi parlamentari, in buona parte controllati dal suo predecessore e rivale Renzi. Zingaretti, fosse dipeso da lui, alle elezioni ci sarebbe andato davvero. Aveva fatto i conti senza Renzi, che spiazzò tutti proponendo un’alleanza di governo tra Pd e M5S, per la gioia dei moltissimi parlamentari sia dell’uno che dell’altro partito il cui unico obiettivo era evitare di tornarsene a casa senza grandi chances di rivedere mai più Montecitorio o palazzo Madama.

Se l’asse gialloverde era in ampia misura nell’ordine delle cose, quello giallorosso era al contrario letteralmente “contronatura”. Il Pd era sempre stato il vero bersaglio del Movimento, il partito più odiato e detestato, ed era poco cordialmente ricambiato. La distanza tra il partito dell’establishment per eccellenza e il movimento antisistema per definizione era abissale. L’anomala alleanza stretta in nome di puri interessi tattici, evitare la vittoria di Salvini e soprattutto impedire lo scioglimento delle camere, rappresentava una mazzata fatale per la credibilità della politica in generale e le cose peggiorarono con la trasformazione dell’intesa politica in accordi concreti. I 5S imposero che al palazzo Chigi restasse Conte, premier senza soluzione di continuità di due governi opposti. Chiesero al Pd come prova d’amore, il voto a favore della loro riforma costituzionale, con il taglio di un terzo dei parlamentari, contro la quale il partito di Zingaretti aveva votato già tre volte. Il Pd si piegò e per la prima volta la Carta diventò apertamente merce di scambio. Era ovviamente già successo più volte però solo con leggi normali, mai tirando in ballo la stessa Costituzione.

Realizzato il capolavoro, Renzi, che si muoveva già come leader autonomo e capo di una compagnia di ventura personale più che come esponente di un partito, lasciò il Pd per fondare Iv. Annunciò subito che la vita del governo che proprio lui aveva voluto e tenuto a battesimo sarebbe stata breve: qualcun altro avrebbe sostituito l’uomo che si definiva “l’avvocato del popolo” a palazzo Chigi nell’arco della legislatura. Fu profetico ma il progetto subì un ritardo imposto dall’improvvisa esplosione della crisi mondiale più grave dalla fine della guerra mondiale. La pandemia cambiò tutto. E’ impossibile dire ora con certezza se il governo Conte 2 sarebbe sopravvissuto all’agguato che Renzi aveva già preparato per il febbraio 2020, con una mozione di sfiducia contro il ministro della Giustizia Bonafede. Non si può neppure affermare con certezza che, senza il Covid 19, quel governo avrebbe disatteso comunque tutti gli impegni in nome dei quali si era costituito. Ufficialmente era nato per varare una nuova legge elettorale finalmente vera, non solo il prodotti dei tagli apportati dalla Corte costituzionale a leggi elettorali giudicate in contrasto con la Carta, e per apportare i necessari “correttivi” alla riforma costituzionale sul cui baratto si basava la nuova maggioranza.

Nessuno di quegli impegni era stato rispettato nei mesi precedenti. La riforma elettorale restava al palo, le chances di sopravvivenza del governo erano esigue. Il Covid 19 rese però la crisi impraticabile. Fece precipitare ogni urgenza oltre quella sanitaria in fondo all’agenda di governo, né poteva essere diversamente. Il Coronavirus blindò Conte e gli assegnò poteri eccezionali, quali nessun premier aveva mai avuto in precedenza. I meriti e i demeriti del governo nell’anno tragico della pandemia, il 2020, saranno certamente in futuro oggetto di lavoro storiografico. Di certo quell’anno cruciale alterò definitivamente i rapporti tra un Parlamento spogliato ormai di ogni potere e portò alle stelle Giuseppe Conte. Popolarità esorbitante, giudizi imbarazzanti tra i quali “insostituibile” non era neppure il più azzardato.

L’alleanza tra Pd e 5S nacque in quei mesi, dunque sull’onda di un’emergenza più che di una visione davvero comune, con un Movimento già lacerato dalla guerra interna permanente e solo la popolarità di Conte come elemento essenziale nel mastice. Renzi passò all’azione non appena l’emergenza Covid allentò anche solo un po’ la presa. La caduta del governo Conte 2, comunque si giudichi l’operato di quel governo, è stata un’ulteriore ferita al cuore per la credibilità a quel punto già ridotta ai minimi storici della politica. Il presidente della Repubblica fece circolare indiscrezioni a raffica sulla sua intenzione di sciogliere le camere se Conte fosse caduto. Poi cambiò idea. Il Pd assicurò che non c’era nessuna possibile alternativa al governo in carica. Poi cambiò idea. I 5S giurarono che non avrebbero mai accettato governo diverso da quello di Giuseppe Conte. Poi cambiarono idea. Lega e Fi strillarono che non avrebbero mai condiviso niente con M5S e Pd. Poi cambiarono avviso. Conte affrontò l’aula e non fu sfiduciato ma fu costretto alle dimissioni subito dopo proprio dal ministro che sulla carta avrebbe dovuto sostenerlo più di tutti, il 5S Di Maio. Stava per essere sfiduciato il ministro della Giustizia Bonafede e Di Maio, al telefono con Conte, fu ultimativo: “Non pensare di restare premier senza Fofò”.

Terzo governo, terza maggioranza, terza formula a destra, stavolta Fi e Lega in maggioranza, FdI da sola all’opposizione. Nel Pd Letta, richiamato d’urgenza da Parigi, sostituì uno Zingaretti che aveva lasciato il timone coprendo di vituperio la ciurma e soprattutto gli ufficiali. Non c’erano mai stati precedenti di governi misti, tecnico-politici, e l’esperimento ha finito per rappresentare un passo ulteriore nel percorso della delegittimazione di fatto della politica. Se nella fase del Conte 2 il governo aveva quasi totalmente esautorato il Parlamento, nei 18 mesi del governo Draghi, presentato sin dagli esordi come una sorta di esecutivo commissariale, il cerchio ristretto del premier, dei ministri e dei consiglieri tecnici da lui scelti e dei ministri a lui più vicini pur se all’origine politici, come Brunetta, ha di fatto preso in mano completamente le redini.

Il penultimo atto di una legislatura impazzita è stata l’elezione del presidente della Repubblica. Draghi mirava a quella carica: gli era stata promessa, di certo era anche con quell’obiettivo che aveva accettato di guidare un governo. In tutta evidenza impedirne la nomina significava condannare una legislatura già resa fragilissima dall’incalzare delle elezioni alla prematura scomparsa. Tra i capi politici, ormai tutti più o meno svincolati dalle antiche logiche collegiali dei partiti, tutt’al più costretti a farei conti con qualche altro potente capobastone interno, prevalsero umori del tutto impolitici e personalisti: la vendicatività di Conte, che vedeva in Draghi l’umo che lo aveva sfrattato da palazzo Chigi, il rancore di quanti si erano sentiti per mesi ignorati e non tenuti in alcun conto dal premier tecnico e decisionista, i calcoli miopi di quanti pensavano che blindare Draghi a palazzo Chigi avrebbe allungato la vita della legislatura.

Finì con una politica che acclamava il suo totale fallimento festeggiando l’incapacità di nominare un nuovo capo dello Stato dopo sette anni. La crema del 20 luglio era già impazzita nei giorni della mancata individuazione del successore di Mattarella. Il disfacimento del sistema politico, o di quel che ne restava, è stato portato a termine, tappa dopo tappa, nell’intera XVIII legislatura.

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