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L’invenzione è donna: dal tergicristallo al giubbotto salvagente senza dimenticare la lavatrice

Cresce, in Italia, il numero delle donne inventrici. Ovvero, delle donne che presentano domande di brevetto. Ma restano ancora poco più di una su dieci. Lo illustrano i risultati della ricerca dell’Epo, l’European Patent Office, che analizza i risultati del periodo compreso fra il 2010 e il 2019. In Italia, il 14,3% delle persone che richiedono un brevetto sono di sesso femminile. Con grandi differenze fra le regioni: in Sardegna, il tasso di inventrici è del 27,9%, a Bolzano la quota scende al 4,3%. Nel mondo, i paesi con la più alta percentuale di donne inventrici sono Cina e Corea, con il 26,8% e il 28,3% nel 2019. Secondo il presidente dell’Epo, Antònio Campinos, “è necessario fare di più per rafforzare l’inclusività nel campo dei brevetti. La presenza delle donne nella scienza e nella innovazione tecnologica è un fattore chiave per la nostra futura sostenibilità”.

Mary Anderson ha inventato il tergicristalli

L’Ufficio brevetti europeo, cioè l’Epo, ha studiato quasi quattro milioni di dati: tanti sono coloro che hanno depositato richieste di brevetto dal 1979 al 2019, e hanno tracciato una linea che mostra come negli ultimi quarant’anni le donne che hanno firmato un brevetto siano passate dal 2 al 13%. E, ovviamente, i numeri mostrano che c’è ancora molto da fare. Quali possono essere le cause di questo gap? Nelle università, le donne hanno meno legami con l’industria, e restano spesso legate a una carriera accademica più tradizionale. Le donne potrebbero preferire il lavoro in università rispetto alle aziende private. E poi, le donne operano prevalentemente in team, e spesso il loro contributo rischia di essere meno evidente, o di non emergere. Però, la tendenza è ad una risalita del Wir, ovvero il tasso di donne inventrici: dalla media del 2% nel 1970 si è arrivati al 14% del 2019.

Sbaglieremmo, però, se pensassimo che il campo delle invenzioni e dei brevetti sia tutto maschile. Non sono poche le donne che, nell’Ottocento e nel Novecento, hanno “invaso il campo”, con risultati lusinghieri. Tra le invenzioni più inattese, concepite dalle donne per reali necessità delle persone ci sono quelle del tergicristallo, dei blocchi per impedire alle ruote di tram e treni di uscire dai binari, l’invenzione della sedia a rotelle, del giubbotto salvagente e persino della scatola per la pizza. Si vede anche da questi pochi esempi che si tratta di invenzioni molto ‘pratiche’, nate per agevolare la vita delle persone e per salvaguardare la loro sicurezza. Nella seconda metà dell’Ottocento, almeno 49 brevetti di lavatrici sono riconducibili a donne: la più importante di loro si chiamava Margaret Colvin. Nel 1886 una signora dell’Illinois, Josephine Cochrane, consegnò una frase alla storia: “Se nessuno ha ancora inventato una macchina per lavare i piatti, lo farò io stessa!”. E così fece: inventò la lavastoviglie. Il primo reggiseno come lo conosciamo oggi risale al 1914, e fu creato da Mary Jacobs. Ma ci sono invenzioni meno legate a necessità femminili.

Augusta Ada King, contessa di Lovelace

Il computer, per esempio. Il primo prototipo di computer fu messo a punto nell’Ottocento da Charles Babbage, matematico e filosofo inglese. Ma per il suo funzionamento fu fondamentale la creatività di Augusta Ada King, contessa di Lovelace. Era la figlia del poeta Lord Byron, anche se quest’ultimo lasciò la famiglia quando lei aveva pochi mesi. Ada, contessa di Lovelace, bambina prodigio, nel 1871 inventò il linguaggio con il quale impostare le funzioni della macchina. Lo stesso Babbage la soprannominò “l’incantatrice dei numeri“. Ma Ada non era solo una maga dei numeri: capì che la macchina per calcolare inventata da Babbage avrebbe cambiato la vita degli uomini, e arrivò a immaginare il concetto di intelligenza artificiale. La prima pillola per controllare la produzione degli ormoni femminili fece la sua comparsa nel 1916 grazie a Margaret Sanger, la prima attivista ad aprire un consultorio. L’invenzione del tergicristallo si deve alla statunitense Mary Anderson, stanca dei continui incidenti subiti dai taxi per scarsa visibilità, e dai tragitti interrotti dai conducenti che si fermavano a togliere la neve dal parabrezza dei veicoli.

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