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La scommessa russa di Salvini vale 7 milioni (di voti). Parla Piepoli

A qualcuno il dubbio deve essere sorto: perché? Perché Matteo Salvini continua ostinatamente a voler parlare con Mosca e a mugugnare contro armi e sanzioni quando il suo governo fa e dice il contrario? “Per la pace”, ringhia oggi lui in risposta alla pioggia di accuse sul presunto viaggio a Mosca – prima annunciato, poi rinnegato, adesso boh. Ma tra le ragioni ideali o ideologiche, a seconda dei punti di vista, ce n’è almeno una di opportunità? “Ce ne sono 7 milioni”.

Nicola Piepoli, decano dei sondaggisti italiani e presidente dell’omonimo istituto, ha la risposta in tasca. Lo dice e lo ripete, “set-te mi-lio-ni”. Sono gli elettori delusi che, assicura, si aggirano oggi in Italia in cerca di un partito pacifista. Di più, spiega a Formiche.net, “un partito della non-belligeranza”. Un bottino niente male. Utile, anzi provvidenziale per un partito come la Lega che, a meno di un anno dalle politiche, ha il fiatone nei sondaggi e insegue a distanza la cavalcata di Giorgia Meloni.

Ecco svelato l’arcano dietro le cene in ambasciata russa, i pellegrinaggi a San Pietro e gli slanci pacifisti con vista sulla Piazza Rossa. Salvini ci crede, non c’è dubbio, ma ha anche un buon motivo per crederci. “Guardi, con una mossa il leader della Lega potrebbe mettersi in tasca cinque milioni di voti subito, forse anche sette – avvisa il sondaggista – basta che chieda al governo di dichiarare l’Italia non belligerante, che si chiarisca che noi con la Russia non vogliamo combattere.

Una cosa così può piacere o no. Di sicuro piace a una buona fetta di italiani”. I sondaggi, a volte, parlano chiaro. Quelli inanellati dalla notte del 24 febbraio, quando Vladimir Putin ha invaso l’Ucraina, parlano chiarissimo, dice Piepoli. “Gli italiani vogliono la pace e la vogliono al più presto”. Qualcosa però deve essere andato storto. Perché Salvini da più di tre mesi agita in aria ramoscelli d’ulivo e tuona contro l’invio di equipaggiamento militare a Kiev. E però, ad oggi, i sondaggi non gli sorridono: una rilevazione dell’Istituto Piepoli di fine aprile, ad esempio, fotografava un brusco calo della Lega, a quota 16.5%, e un ben più solido posizionamento di Fratelli d’Italia, in cima al 21,5% nonostante il sostegno gridato alla resistenza ucraina.

“Il motivo è presto spiegato: Salvini chiacchiera molto, troppo. Mescola quello che dice sulla guerra con altre battaglie in tutti altri campi, come la salute e il Covid. Il mix non premia nei sondaggi. Se vuole parlare di guerra, o meglio di pace e non-belligeranza, deve ricorrere a una sola motivazione. E la motivazione è la non-belligeranza: siamo e restiamo alleati della Nato ma non abbiamo voglia di combattere. Questo sentiment ha un grande riscontro di consenso”.

Molto rumore per nulla? Il rischio c’è: per Piepoli non è Salvini il leader politico che sta capitalizzando meglio quel potenziale, agognato bottino elettorale da sette milioni di preferenze. “Giuseppe Conte sta facendo meglio. La spiega in modo più credibile perché, a differenza di Salvini, ha fatto legge e sa di cosa parla. Ma anche lui, finora, non è riuscito a spiegare agli italiani cosa vuol dire non-belligeranza. Basterebbe aprire l’enciclopedia”.

Insomma, dice Piepoli, più che la pace può l’urna. E sottovalutare il coro pacifista, o meglio anti-guerra, che si alza tra gli elettori italiani può indurre in un abbaglio. Anche perché il conto finale della crisi all’Italia non è ancora stato presentato e, prevede il sondaggista, sarà salatissimo. “Agli italiani più della guerra interessa il grano, il gas, la benzina a costi contenuti. È una verità con cui fare i conti. E Salvini può farci una piccola fortuna alle elezioni”.

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