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La lezione danese sul concetto di squadra: il soccorso di capitan Kjaer, il muro oplitico dei compagni e il ‘giocate’ di Eriksen dall’ospedale

I muri sono stati innalzati per proteggere, non necessariamente per dividere. Una lezione arcaica che si è convertita in attualità sabato sera, nel bel mezzo di una delle partite meno interessanti di questo Europeo. Perché quell’immagine ce la ricorderemo a lungo. O almeno dovremmo. Al centro dell’obiettivo ci sono sette uomini. Se ne stanno fermi immobili, avvolti nelle loro maglie rosse con le maniche bianche. Alcuni di loro hanno le braccia intrecciate con quelle del compagno più vicino. Gli altri due hanno gli occhi che gocciolano e le mani giunte in un gesto di preghiera. Quello che avviene dietro di loro si può soltanto intravedere. Ed è proprio per questo che quel fotogramma è diventato così prezioso. A neanche un metro di distanza Christian Eriksen è accasciato sul prato verde del Parken Stadium di Copenaghen. Sopra di lui ci sono i medici che stanno provando a rianimarlo. Con un massaggio cardiaco. Con un defibrillatore. La scena la immaginano tutti. Sulle tribune dello stadio, davanti agli schermi piatti delle abitazioni, di fronte ai televisori dei bar. Ma nessuno riesce a vederla davvero. Perché quel muro rosso di carne e di ossa fa da filtro, diventa una diga che mette fine al flusso di immagini che ha iniziato a vorticare già da qualche minuto. Ancora e ancora e ancora. Senza soluzione di continuità.

Eriksen che si avvicina alla linea del fatto laterale, che tocca la palla, che stramazza al suolo. È una scena che gela il sangue, che picchia forte contro lo stomaco. Un dramma personale avvenuto in luogo pubblico. E che per questo continua a fare il giro del mondo in presa diretta. Rimbalza fra le televisioni, riempie le home page dei giornali, scorre sui telefonini. Fino a quando la Danimarca non decide di schierarsi in formazione oplitica davanti ad Eriksen. È un gesto che produce un cortocircuito, che taglia fuori le telecamere, che ricompone la sfera privata. Ma che racconta anche molto di una società ormai assuefatta all’orrore, capace di trasformare tutto in pornografia. D’altra parte la morte (ma anche la lotta per la vita) in diretta non è più un tabù. Anzi, deve essere annunciata il prima possibile. Deve essere filmata, raccontata, sezionata, mandata avanti e poi indietro. In continuazione. Magari con un paio di righe di disclaimer all’inizio. Un reality show permanente che fa tornare alla mente le parole di Pier Paolo Pasolini in Uccellacci e uccellini: “Beati voi che parlate di vita e di morte con le prima parole che vi vengono alle labbra”.

Il gesto della Danimarca ha infranto questo ciclo voyeuristico, ha chiuso il buco della serratura dal quale spiare. E si è trasformato in insegnamento. Ha ricordato che forse lo show deve andare avanti a tutti i costi, ma non per questo deve essere filmato e lanciato in mondovisione. E ha reso meno banali parole desuete come sensibilità, rispetto, riservatezza. In quella che doveva essere una serata di calcio piuttosto anonima, Simon Kjaer ha dimostrato che a volte per essere dei supereroi non servono mantelli e poteri straordinari, basta ascoltare la propria umanità. Anche in mezzo a una tempesta di dolore. Il difensore del Milan ha fatto la cosa giusta, per tre volte di seguito. Prima ha aperto la bocca di Eriksen ed è riuscito a tirargli fuori la lunga evitandone il soffocamento. Poi ha chiesto ai suoi compagni di schierarsi intorno al fantasista dell’Inter per proteggerlo dagli occhi del mondo durante la sua battaglia contro la morte. Infine si è precipitato a consolare la fidanzata di Eriksen, Sabrina, che sui quei seggiolini del Parken Stadium era stata inghiottita da una sofferenza oscena ed era scesa fino al campo da gioco per capire cosa stesse succedendo. Tutto mentre i media internazionali preparavano già le fotogallery della ragazza in lacrime, trasformavano il patimento in retorica a portata di click. Kjaer si è caricato sulle spalle il dolore del suo amico, della sua Nazionale, di tutti i tifosi. È rientrato negli spogliatoi e ne è uscito un’ora dopo, quando la squadra ha ricevuto una videochiamata. Quella di Eriksen. Telefonava dall’ospedale. Provato ma conoscente. Un dramma sfiorato alle spalle e un futuro ancora tutto da capire davanti a sé: “Sto bene, giocate”, aveva detto.

La Danimarca ha obbedito. Mentre tutto il mondo tirava un sospiro di sollievo, Simon è sceso in campo ma non ha finito la partita. Era stremato. Ma non poteva essere altrimenti. In quella serata aveva già portato a termine una missione. Aveva salvato un amico. E aveva dimostrato che per diventare capitano non serve essere necessariamente il più talentuoso del gruppo, l’uomo da copertina. Al resto ci hanno pensato i dettagli. Come quella bandiera della Finlandia usata per schermare Eriksen fermo sul prato in attesa di essere caricato sulla barella. Come il coro incrociato partito dalle tribune dello stadio. Con i finlandesi che gridavano forte “Christian” e i danesi che rispondevano “Eriksen”. Una scena da brividi che ci ha ricordato quello che forse avevamo dimenticato. Ossia che le imprese sono immortali, gli eroi no. E basta uno scatto, un gesto naturale ripetuto miliardi di volte per portarceli via. Una lezione che abbiamo imparato sabato sera al Parken Stadium di Copenaghen. Grazie anche a quel muro rosso di protezione eretto dalla Danimarca.

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