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Il tetto al gas non ci sarà e sul Pnrr l’Italia rischia la cilecca. Parla Guerrieri

Si fa presto a dire tetto al prezzo del gas. Ma l’Europa è grande, fatta di tante anime e tanti fabbisogni. E allora, andare a Mosca e spiattellare che da oggi l’energia si paga ma a nuove condizioni, può diventare complicato. Ne è fermamente convinto Paolo Guerrieri, economista e docente alla Paris School of International Affairs, Sciences-Po e alla Business School dell’Università di San Diego, con un passato da senatore dem.

L’Europa discute in questi giorni di un possibile tetto al gas importato dalla Russia. Ma manca ancora una convergenza degna di questo nome. 

Il punto è questo: mettere un tetto al gas è fattibile se l’Europa si presenta agli occhi di Mosca come un unico compratore. Ma purtroppo non lo è, ogni Paese membro dipende dalla Russia in misura diversa e dunque si muove in ordine sparso rispetto agli altri partner. Onestamente mi pare irrealistico arrivare a un price cap sul gas.

Non ci sono le condizioni, insomma…

No, nemmeno lontanamente. Anche se la spinta politica non manca, anche e non solo da parte italiana. Ma, ripeto, ogni Paese ha un coefficiente di dipendenza diverso dagli altri.

Certo, senza tetto al gas l’inflazione continuerà a correre. Meno male che la Bce sta per agire sui tassi, anche se molti osservatori non credono a interventi miracolosi. Le che dice?

Premessa, l’inflazione europea è diversa da quella americana. Qui da noi c’è un problema di offerta e di shock sulle materie prime, innescato dalla guerra in Ucraina. Detto questo, trovo gli strumenti in mano alla Bce molto poco efficaci contro questo tipo di inflazione, che non è figlia di un aumento della domanda, bensì di un surriscaldamento dei costi delle materie prime.

Guerrieri, ma se la Bce può poco o nulla, che si fa?

Francoforte non può sottrarsi all’aumento dei tassi, perché in molte parti del mondo sono già saliti e deve rincorrere una curva di aumenti per mettersi in pari. Ma il problema è che le armi spuntate della Bce non basteranno, anzi se si alzano troppo i tassi si finisce per ammazzare la crescita. Un dilemma, bello e buono. Diventa determinante sostenere la domanda, anche quando i tassi saliranno. Ma, mi creda, la strada è stretta.

Una compensazione, insomma. Si sostiene la domanda mentre la Bce alza il costo del denaro e la restringe…

Corretto, peccato che per fare questo serva una politica fiscale europea comune. Che, ad oggi, non c’è. E alla fine i Paesi membri dovranno combattere la crisi a mani nude.

Nei giorni scorsi il premier Draghi ha strigliato i partiti, rei di aver impantanato le riforme che garantiscono l’incasso del Recovery Plan. Lei ha contribuito al libro Il piano italiano di ripresa e resilienza. Una sfida da vincere (edizioni Eurilink), curato da Luigi Paganetto e che sarà presentato il 2 giugno al Festival dell’Economia di Trento e il 7 giugno all’Università Telematica Marconi (il webinar sarà trasmesso anche su Formiche.net). Qual è la sua impressione?

Sul Pnrr vedo in particolare due rischi. Primo, la capacità di spendere e, secondo, la qualità della spesa. E nessuno può escludere l’altro.

Può spiegarsi meglio?

Spendere le risorse è un conto, vuol dire che bisogna dotarsi di infrastrutture capaci di spendere i miliardi che arriveranno dell’Europa. E non parlo delle società partecipate, non solo almeno. Ma parlo dei comuni, delle regioni, degli enti locali. Abbiamo visto in passato come tali soggetti abbiano speso meno di quanto potessero, perché carenti dal punto di vista della capacità di progettazione. Poi c’è l’altra questione, la qualità della spesa. E anche lì, ammesso che si utilizzino i soldi ricevuti, bisogna fare un salto di qualità.

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