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Il nostro è un Movimento per rilanciare l’italianità | CulturaIdentità

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Io c’ero. E’ la classica affermazione che, rispetto a un evento che in qualche modo ha segnato l’avvio di un percorso, esclamiamo guardandoci indietro. Eravamo in molti al Teatro Manzoni cinque anni fa a rispondere “presente!” all’appello di Edoardo Sylos Labini, subito dotato di chiare intenzioni: formare un movimento culturale, occupare uno spazio franco da ogni espressione che non fondasse la sua matrice a sinistra. Il nome scelto, CulturaIdentità, mi piacque subito. Secco, immediatamente comprensibile nel suo significato, capace di unire due elementi, imprescindibili per i proponenti – Cultura e Identità – che, insieme, hanno saputo elevare all’ennesima potenza il valore simbolico di cui erano già singolarmente portatori. La capacità di unire: ecco una prima caratteristica, che ha contraddistinto questi cinque anni condotti pancia a terra dal suo Presidente.

Tutti armati sempre del pragmatismo del fare: fare squadra, fare festival, fare attività nei singoli territori, ma soprattutto fare quello che non era ma stato fatto prima, ovvero dare una casa a chi, impegnato in ogni angolo in cui la cultura si declina, non si riconosceva nei contenitori, per altro spesso vuoti, messi in campo dalla sinistra italiana. Un atto dinamico, compiuto con spirito futurista, marinettiano e al tempo fiumano, nel senso più nobile dell’impresa in cui aveva speso le sue energie d’Annunzio. Un’identità culturale combattente, nel non darsi mai per vinti, rispetto ai temi che posso permettere al nostro Paese di ritrovare intorno alla propria tradizione culturale una chiara e distinta identità.

Perché, come spesso ha dichiarato Vittorio Sgarbi, declinare la cultura, intesa come bene di quest’Italia, con il termine conservazione, non significa essere di destra contro la sinistra, ma significa tutelare, rispettare e onorare la nostra storia, la nostra tradizione, i nostri costumi, i nostri valori, cioè tutto quello che unito insieme fa Nazione. In questi cinque anni è successo di tutto. Abbiamo avuto un governo formato contro le indicazioni degli elettori, facendo saltare in aria il patto di coalizione sancito nel centro destra alla vigilia delle elezioni del marzo 2018; poi un governo tecnocratico parlamentare, mentre a causa delle scelte compiute in nome dell’emergenza pandemica venivano chiusi cinema, teatri, musei, anche ogni oltre ragionevole precauzione. A quel punto è scattata una delle tante battaglie che hanno caratterizzato la nostra azione culturale politica: la campagna in favore della riapertura di tutti gli spazi culturali, musei, cinema e teatri, ritenendoli una cura per lo spirito di ogni uomo a cui la libertà era stata ridotta, se non tolta, per alcuni difficilissimi mesi.

Un movimento del resto è tale se ha capacità di manovra, di azione e reazione, diversamente è solo e soltanto una federazione il cui scopo è aggregare attorno a un potere, capace di distribuire il proprio verbo dal centro alla periferia in modo unilaterale. E poi il giornale. Un’altra scommessa vinta. Uscire in formato cartaceo quando tutti gli operatori hanno deciso di dismettere la carta per affidarsi sempre di più al web. Una copertina e pagine capaci di resistere all’oblio del tempo: v pare poco? Questi cinque anni non sono stati solo fatti, oltre i Festival di CulturaIdentità, da riunioni mensili convocati su zoom, ma anche da Stati Generali e incontri in cui abbiamo messo la palla al centro nel centro destra, chiedendo che si iniziasse a “giocare” sul serio. Ma se il passato esiste solo in funzione del presente in cui è possibile ricordarlo, nei documenti e negli atti che ne certificano l’autenticità, ora, dopo un lustro, abbiamo cominciato a guardare al futuro diventando Fondazione, strutturandoci quindi affinché il progetto, con nuovi strumenti, possa continuare a crescere e andare avanti. Non può essere diversamente, perché l’azione è nel DNA di questo movimento e di tutti coloro che nel movimento hanno trovato stimoli anche per la propria crescita personale. Voglio provare a riassumere questi cinque anni e il futuro che ci aspetta con una frase: dalle fondamenta alla fondazione. Perché qualsiasi casa, se si vuole costruire per destinarla a durare nel tempo, non può che compiere questo percorso.

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