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Il marmo di Carrara: luci e ombre di un'eccellenza italiana




Roma, 3 dic – Tutti conosciamo Carrara, città famosa grazie al suo marmo, motivo di vanto per tutta la nazione. Una notorietà che risale addirittura ai tempi dell’antica Roma. Ad oggi l’Italia è un paese leader nel campo dell’estrazione del marmo e la tipologia che proviene dalle Alpi Apuane rappresenta il fiore all’occhiello della nostra produzione.

Uno sfruttamento intensivo

Il marmo di Carrara è apprezzatissimo in tutto il mondo. La città, al confine nord-occidentale della Toscana, ne è luogo di riferimento sin dalla notte dei tempi. Purtuttavia, la mano dell’uomo si sta facendo sempre più sentire. Tra reti chilometriche di grotte e tunnel, negli ultimi 40 anni è stata estratta la stessa quantità di marmo che era stata prelevata nei precedenti due millenni. Un altissimo tasso di accelerazione dello sfruttamento di una risorsa non rinnovabile. Carrara, con le due miniere a cielo aperto, è una città schiacciata dai signori del marmo. Il lato oscuro di quest’attività sta nell’aver generato una serie di effetti negativi tra inquinamento e malattie respiratorie legate alle polveri sottili.

Il marmo di Carrara è da sempre sinonimo di qualità, anche se la quota estratta per fini artistici – si pensi all’arte scultorea – è ormai parte pressoché residuale dell’intera produzione. Il marmo lo si scava infatti soprattutto per ridurlo in polvere e ottenere così diversi tipi di materiali per le esigenze di multinazionali e grandi aziende. Lo stesso dicasi per i titolari delle cave: sarebbe un errore immaginarli come piccoli artigiani legati alla tradizione, la verità è che regnano su veri e propri imperi.

Sauditi e asiatici: il marmo di Carrara in mani straniere

Delle 5 milioni di tonnellate lavorate annualmente, solo un quarto viene estratto nei noti “blocchi”. Il resto è trasportato a valle attraverso un percorso di gallerie, per giungere al porto di Marina di Carrara dove viene tritato fino a renderlo cabronato di calcio, polvere molto fine utile per realizzare diversi prodotti come adesivi, dentifrici, creme, antiparassitari, vernici. I blocchi, invece, fanno gola a mezzo mondo. Specialmente a quello islamico: da sempre ammiratori del marmo di Carrara, è l’Arabia Saudita a vantare una presenza in loco che dura da decenni, culminata nel 2015 con l’acquisizione del 50% della Marmi Carrara, società che ha in concessione circa un terzo delle cave, da parte della famiglia bin Laden. Molto attivi anche cinesi e indiani, che acquistano il marmo per lavorarlo poi in madrepatria, a costi inferiori rispetto a quelli italiani.

Se il marmo di Carrara è e resta un’eccellenza del made in Italy, questo non può permetterci di ignorare le questioni sottese alla sua estrazione. Dal lato ambientale il problema si chiama marmettola, sottoprodotto della lavorazione che, per quanto non classificato come inquinante, è comunque responsabile del degrado dei corsi idrici della zona. Dal punto di vista economico non si può prescindere dall’osservare come molti artigiani storici siano pressoché scomparsi per essere sostituiti da realtà, come già detto, controllate da colossi stranieri. I pochi che rimangono faticano a lavorare perché i blocchi di marmo sono ormai esclusiva delle committenze estere, che rappresentano il 70% del totale. Giusto, insomma, che un prodotto che dà lustro all’Italia sia valorizzato. A patto che ciò avvenga a condizione di creare un indotto virtuoso. E compatibilmente con i bisogni e a tutela dei lavoratori e dei residenti di questo meraviglioso angolo di penisola.

Mattia Isolini

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