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I mercati non tollerano gli stupidi. L’avviso di Polillo agli anti Draghi

Tpi: si scrive Transmission protection instrument (Strumento per la protezione della trasmissione) ma si legge To protect Italy (Per proteggere l’Italia). Questo almeno secondo una delle tante battute che circolano a Bruxelles nei confronti del Belpaese. Il tutto mentre lo spread sui titoli italiani, dopo aver toccato i 246 punti base, chiude a 238,3. Con una differenza di ben 110 punti rispetto ai bonos spagnoli. Ma per fortuna oggi, domenica, i mercati sono chiusi. Un giorno di tregua, prima di tornare, domani, all’affanno quotidiano.

Beata incoscienza. Questo il sentimento dominante. Siete stati tanto bravi da segare l’albero su cui era seduto l’intero Paese. Sfiduciando Mario Draghi, sull’onda di un giudizio che più idiota non si può (“si era stufato”), avete chiuso l’unico ombrello che avevate per difendervi dalla prossima grandinata. Che vi sarà. Non perché i mercati c’è l’abbiano in modo particolare contro l’Italia. Ma per il semplice fatto che non tollerano gli stupidi. Quos vult Iupiter perdere, dementat prius (a quelli che vuole rovinare, Giove toglie prima la ragione). E purtroppo le principali forze politiche italiane l’hanno dimostrato.

Solo questo? Non proprio. Visto che a questo vero e proprio autogol si accompagna il sospetto di una sollecitazione, se non proprio di un ordine, venuto dal Cremlino. Draghi doveva essere eliminato. Troppo occidentale. Troppo “amerikano”, come continuano a ripetere quelli del Fatto Quotidiano. Troppo filo Nato. Ma soprattutto troppo autorevole, in grado di rafforzare enormemente la coalizione a favore di Volodymyr Zelensky. Non vorremmo essere nei panni di Giorgia Meloni, qualora il centrodestra vincesse le elezioni. Non sarà piacevole rimanere prigioniera di una coalizione che per due terzi parla russo.

Ma perché era così importante non segare quel ramo? Perché oggi l’Italia non ha più alcuna protezione a livello europeo. Sarà in balia di decisioni, che non sarà in grado di contrastare. Avendo scelto di far ritirare dalla gara i suoi campioni nazionali. A quanto se ne sa, il Tpi, sarà gestito direttamente dalla Banca centrale europea e affiancherà gli strumenti preesistenti, l’Omt (outright monetary transactions) di Draghi e i reinvestimenti del Pepp (pandemic emergency purchase programme). Sarà attivato con lo scopo preciso di far sì che la trasmissione degli impulsi di politica monetaria sia omogenea in tutta l’area euro. Evitando una sua possibile frammentazione.

Il Tpi comprerà titoli di Stato (con la possibilità di estendersi ad altri bond) con scadenza fra uno e dieci anni, sterilizzando gli acquisti per non alimentare inflazione, a seguito di un aumento della base monetaria. Ma non fissa una soglia massima esplicita per lo spread, proprio per evitare di calamitare la speculazione internazionale. Deciderà, quindi, la Banca centrale europea in maniera “discrezionale”. Le condizioni per beneficiarne non sarebbero quelle rigide del Mes, ma il Tpi non è nemmeno un assegno in bianco: rispetto del fiscal framework Ue, assenza di gravi squilibri macroeconomici, sostenibilità del debito, mantenimento degli impegni assunti con il Recovery e con le raccomandazioni specifiche della Commissione europea. Solo allora potrà intervenire.

Sono forse condizioni che, in Italia, non danno da pensare? Le ultime previsioni governative (Def 2022) indicavano un indebitamento netto del 5,6 percento. Destinato ad aumentare, se non altro a causa di una minore crescita complessiva, seppure compensata da una maggiore inflazione. Il debito pubblico, a lordo dei sostegni, per gli stessi motivi dovrebbe superare il target previsto del 147 per cento del prodotto interno lordo. A sua volta la spesa pubblica complessiva, al netto degli interessi, è quotata, con un pizzico di ottimismo, al 50 per cento del prodotto interno lordo. Molto probabilmente destinata a crescere anch’essa sull’onda del ciclo elettorale.

Com’è noto, il Patto di stabilità è stato sospeso fino a tutto il 2023. Ma non è detto che questo equivalga a un “liberi tutti”. In particolare, la Commissione europea ha più volte raccomandato all’Italia di tener sotto controllo la dinamica della spesa. Se quest’ultima dovesse aumentare per motivi diversi dall’andamento del ciclo, si aprirebbe un problema. Anzi due: diverrebbe evidente il mancato rispetto del fiscal framework e, al tempo stesso, risulterebbe evidente la violazione delle raccomandazioni date. Tanto più che lo stralcio dell’articolo 10 (i tassisti) dalla legge sulla concorrenza è già una controindicazione rispetto al Recovery Plan.

Sulle quattro condizioni previste dalla Banca centrale europea, l’Italia rischia di risultare inadempiente almeno in tre. Resta l’incognita relativa ai possibili “squilibri macroeconomici”. Campo in cui l’Italia avrebbe una qualche carta da giocare. A condizione, tuttavia, di avere a disposizione, un giocatore capace di segnare. Dall’ultimo bollettino della Banca d’Italia si evince, infatti, che “alla fine di marzo la posizione netta sull’estero dell’Italia era creditoria per 118,0 miliardi (il 6,5 per cento del PIL), in calo di 14,1 miliardi rispetto alla fine del 2021”.

Una somma ancora considerevole, dato il forte aumento dei prezzi delle materie prime. Ma anche la dimostrazione della scarsa tenuta della domanda interna (consumi ed investimenti) che costringe l’Italia a mettere a disposizione dell’estero somme considerevoli. C’è solo da aggiungere che “la posizione debitoria della Banca d’Italia sul sistema dei pagamenti europeo Target2 si è ulteriormente ampliata nella prima metà dell’anno seppure in misura minore rispetto a quanto avvenuto negli ultimi quattro mesi portandosi a 628 miliardi alla fine di giugno (da 590 alla fine dello scorso anno)”.

Un quadro, come si può facilmente vedere, piuttosto complesso, in cui gli elementi positivi rincorrono e afferrano quelli negativi. Nella condizione data sarebbe stata essenziale la presenza di un uomo che, per esperienza e prestigio internazionale, fosse stato in grado far prevalere i primi sui secondi. E invece abbiamo chi promette di elevare le pensioni a 1.000 euro al mese e piantare almeno un milione di nuovi alberi. I grulli saranno soddisfatti, i banchieri centrali, che non utilizzano il loro cuore, molto meno.

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