I bersaglieri: la storia d’Italia a passo di corsa

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«Ma siete diventati tutti bersaglieri?», domandava ironico il comandante della IV Compagnia Tobruk, noto come un orgoglioso bersagliere, alla Scuola ufficiali di fanteria di Cesano, dopo una non esaltante prova teorica al computer sostenuta dai suoi allievi sul finire degli anni Novanta. Il sottoscritto, colto di sorpresa, chiedeva impacciato il perché di quella domanda. E il comandante spiegava: «Perché i bersaglieri combattono in prima linea e perciò devono avere tre caratteristiche: essere piccoletti, essere velocissimi per sfuggire alle mire del nemico e capire poco». «Ah beh, comandante, se lo dite voi!». Evidentemente alle tre qualità sopra elencate se ne aggiungeva una quarta di spirito, una sorta di leggerezza animica come corrispondente interiore della velocità fisica.

Questo articolo è stato pubblicato sul Primato Nazionale di agosto 2021

Nascita di un mito

A passo di corsa e con allegria da caserma, i bersaglieri hanno attraversato tutta la storia d’Italia, da quando furono fondati per ispirazione di Alessandro La Marmora – fratello di Alfonso La Marmora, anch’egli ufficiale piemontese e più volte presidente del Consiglio. I fratelli La Marmora furono espressione di quella aristocrazia militare capace, all’occasione, di trasformarsi in classe dirigente politica che caratterizzò il Regno di Sardegna, rendendolo in ciò simile – è Evola che lo nota – al Regno di Prussia, sia pur su scala minore. Alessandro La Marmora fu militare edotto negli studi scientifici e perciò aperto all’innovazione: a lui si dovette lo studio di un nuovo modello di fucile a retrocarica. A partire dagli anni Trenta dell’Ottocento cominciò a diffondere l’idea di un nuovo corpo di truppe leggere di fanteria, votate alle funzioni esplorative, ma anche ai rapidi movimenti per rompere le situazioni di stallo.

Storia dei bersaglieri

Fu Carlo Alberto ad approvare, nel 1834, la proposta di quello che allora era un semplice capitano: il 18 giugno nasceva il corpo dei Bersaglieri del Regno di Sardegna. Il bersagliere veniva concepito come un tipo di soldato particolarmente duttile, capace di agire anche in forma individuale con azioni di disturbo a sorpresa. Si intuisce allora come, negli anni della Prima guerra mondiale, propria dal bersagliere sarebbe derivata un’altra figura fondamentale del combattentismo italiano: l’ardito.

Il battesimo del fuoco avvenne durante la Prima guerra di indipendenza a Goito, nel 1848. Poi, l’anno successivo, in una «missione maledetta»: l’azione di repressione interna per i moti mazziniani di Genova. Il governo Cavour, oltre che pacificare gli animi e avviare un processo di modernizzazione, agli inizi degli anni Cinquanta proiettò il Regno di Sardegna verso una politica estera più attiva, alla ricerca di alleanze che giovassero alla causa italiana e anche di iniziative che potessero dimostrare la forza di un piccolo Stato regionale coeso. In questo contesto si concepì la partecipazione alla guerra di Crimea: prima «missione all’estero» dei bersaglieri guidati da La Marmora, che nella penisola russa trovò la morte.

Ovviamente in prima linea nei due anni decisivi del Risorgimento italiano (1859-60), i bersaglieri vennero impiegati nella lotta al brigantaggio al Sud: una guerra cruda, da entrambe le parti. Oggi il brigantaggio è oggetto di mitizzazione da parte di una frazione di abitanti della Penisola che, appunto, amerebbe farla tornare «solo una espressione geografica»; in realtà, il brigantaggio fu fenomeno endemico, combattuto dagli stessi Borbone. Ferdinando I, ritornato a Napoli con la Restaurazione, addirittura confermò nella sua funzione il generale murattiano Manhès, che in Calabria si era guadagnato il significativo soprannome di «sterminatore»… Rispetto a questi precedenti, la Legge Pica – firmata da un deputato abruzzese della destra storica – aveva il merito di inquadrare nella cornice di uno Stato di diritto il contrasto a quella forma di criminalità che, nel passaggio da un regime all’altro, aveva assunto forma di jacquerie: indubbio sintomo di una sofferenza sociale che avrebbe dovuta esser compresa meglio.

Sempre in prima linea

A partire dalla fine dell’Ottocento i bersaglieri sono strumento del dinamismo in politica estera del Regno d’Italia: impiegati in Eritrea, travolti dalla inattesa sconfitta di Adua, quindi inviati in Cina dopo la rivolta dei boxer. Alla guerra italo-turca del 1911 parteciparono tre reggimenti di bersaglieri. Ma è soprattutto con la Prima guerra mondiale che l’impegno dei bersaglieri si intreccia con momenti gloriosi della storia d’Italia. Il 3 novembre del 1918, partendo da Venezia sul cacciatorpediniere Audace, la II Brigata bersaglieri sbarca a Trieste e raggiunge il Colle di San Giusto dove, sul campanile della cattedrale, innalza il tricolore italiano.

Significativa fu la partecipazione volontaria di 2.500 bersaglieri all’impresa di Fiume: la Legione bersaglieri di Fiume fu…

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