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Giro a ruota libera – La fine a Milano, prevedibile per Bernal e fantastica per Caruso: cosa resta della Corsa rosa

Filippo Ganna fora a tre chilometri dal traguardo, colpa di una rotaia. Perde almeno venti secondi. Taglia il traguardo dell’ultima tappa del Recovery Giro imbufalito. È provvisoriamente il migliore della cronometro da Senago a piazza del Duomo, cuore di Milano (29,4 chilometri) ma è arrabbiato, “buttare la vittoria nell’ultimo giorno del Giro fa infuriare”, ammetterà più tardi. In quel momento, è consapevole che la sua è un posizione precaria. È vero che pesano nelle gambe di tutti i 140 corridori superstiti (sui 184 partiti da Torino) gli sforzi sconcianti della terza estenuante settimana di un Giro bello e divertente, al netto ovviamente delle cadute che lo hanno decimato, per qualità e quantità. Il palese disappunto di Ganna è frutto di logici timori. Attende con trepidazione la prova di uno dei suoi più accaniti rivali nella scientifica specialità delle corse contro il tempo. Il francese Remi Cavagna, origini piemontesi, infatti, fila come un treno, viaggia sui ritmi di Filippo.

Quando però arriva sparato in fondo a corso Matteotti, lo attende una curva secca a sinistra. La bici improvvisamente sobbalza, Remi perde il controllo della direzione, punta dritto contro le transenne. Botta e spettacolare capriola. Rimonta lestissimo in sella, riprende a pedalare forsennatamente. Ma anche inutilmente. Perde dodici secondi rispetto all’italiano. Ganna scuote la testa: non gli va di vincere così. Eppure, un’antica legge del ciclismo è legata alla sorte. Il destino dà. Il destino toglie. I rischi sono componente essenziale del ciclismo. Cavagna e Ganna sono rivali, ma anche amici. Si raccontano le disavventure, pacatamente. Sarà per un’altra occasione, dice Remi.

Poco dopo, altro incidente. Un’ammiraglia della francese Groupama affianca Matteo Sobrero a trecento metri dall’arrivo, lo costringe ad allargare e a rallentare disperatamente sulla sinistra. La manovra scorretta ed inammissibile gli fa perdere due tre secondi, il traguardo è a duecento metri, probabilmente si sarebbe piazzato lui alle spalle di Ganna, invece Sobrero deve accontentarsi di stare alle spalle di Cavagna e Edoardo Affini.

Che cosa resta di questo Giro pieno di luci ma anche di qualche ombra? Innanzitutto la prova di forza dell’onnipotente e poderosa Ineos Grenadier, erede del Team Sky, corazzata implacabile del ciclismo globalizzato, dotata di grandi mezzi finanziari (la squadra britannica dispone di un budget di 50 milioni di sterline). Era venuta per vincerlo con il ventiquattrenne colombiano Egal Bernal, già trionfatore al Tour de France del 2019. L’ha fatto. Promesse e premesse mantenute. Missione compiuta infatti con largo successo. E successi: due tappe vinte da Bernal, due da Filippo Ganna. Pur avendo perso fin dall’inizio una pedina importante come Pavel Sivakov. Bernal deve moltissimo alla generosità dei tre italiani Gianni Moscon, Salvatore Puccio e Filippo Ganna. Alla straordinaria abnegazione del colombiano Daniel Felipe Martinez Poveda e dello spagnolo Jonathan Castroviejo, che lo hanno protetto e pilotato nei momenti cruciali, quando Bernal non era al meglio. La Ineos, come Sky, aveva già vinto un Giro con Chris Froome, nel 2018, e lo scorso anno con il rocambolesco sorpasso di Tao Theoghegan Hart, nella crono finale di Milano.

Egan Bernal ha 24 anni, ha classe infinita in salita, ma anche malanni. È un fuoriclasse delicato come certi capolavori di cristallo. In questo Giro non ha avuto rivali: Remco Evenepoel, il suo antagonista naturale, reduce da una terribile caduta al Lombardia dello scorso agosto, è venuto al Giro per provare a se stesso che è ancora quello di prima. Ma è di nuovo caduto. Ha rallentato in discesa, frenato da giustificate paure e da incubi che forse ne comprometteranno il futuro. Si è ritirato. Per una settimana è stato il babau di Egan.

Si è rotto una clavicola e qualche costola lo spagnolo Mikel Landa, 32 anni, probabilmente l’avversario più temibile per Bernal, perché ottimo in salita (infatti ha vinto la classifica degli scalatori nel 2017). La disgrazia di Landa è stata la fortuna di Damiano Caruso che a 33 anni e mezzo si è finalmente liberato dai gioghi di gregario, sia pure di lusso, di penultimo uomo nelle arrampicate e di gran tarellatore in pianura: “Non sono mai stato preso in considerazione per il mio talento”, confessò una volta, non ad un giornale italiano. Ma ad uno francese. Il ciclismo italiano brucia troppo spesso i giovani talenti perché non ha la pazienza di vederli sbocciare. O tutto subito o niente. Lui è stato a servizio di un sacco di capitani, a cominciare da Vincenzo Nibali, ma anche di Cadel Evans e infine di Landa.

Si è guadagnato rispetto e considerazione proprio per la sua costante affidabilità. Sull’Alpe di Motta, Caruso libero dai lacciuoli dei suoi doveri di squadra, ha reso possibile il sogno di quand’era un ragazzetto: “Finalmente mi sono ritagliato una giornata da capitano. E da campione”. Da numero uno: trionfare in salita, staccando la maglia rosa. È il secondo in classifica generale. Sono stati secondi al Giro anche Girardengo e Binda, Bartali e Coppi, Magni e Koblet, Anquetil e Nencini, Adorni e Gimondi, Baronchelli (per soli dodici secondi da Eddy Merckx) e Moser, Saronni e Chiappucci, Pantani e Tonkov, Olano e Nibali, Quintana, Aru e Dumoulin, tanto per ricordarne qualcuno. Caruso onora la sua corsa con una buonissima prestazione anche a cronometro, grattando altri secondi a Bernal, che ha indossato la maglia rosa per tredici giorni. Meglio del colombiano, in 104 edizioni dal 1909 ad oggi, quarantasei corridori, guidati da Merckx che l’ha portata 77 giorni (Alfredo Binda 59, Francesco Moser 58).

Giustizia lenta. Tardiva. Il dio della bicicletta glielo doveva a Damiano. Il campione che era in lui è nato ieri, sopra Madesimo. Ha corso come sempre: con coraggio, con umiltà. Con lealtà: quando ha salutato l’amico e compagno Pello Bilbao che lo aveva aiutato nella fuga in discesa dal san Bernardino con una fraterna pacca sulla spalla, gesto che non ho mai visto fare da Bernal. O da Simon Yates, la grande delusione del Giro, perché era partito come uno dei favoriti e invece è stato ridimensionato da Caruso. Gli applausi della folla sono stati tutti per lui. Per il primo dei corridori umani.

Sette le vittorie italiane con sei vincitori diversi, un terzo del bottino: doppio Ganna che ha aperto e chiuso il Giro, esattamente come lo scorso anno (dove trionfò quattro volte); poi Andrea Vendrame, Giacomo Nizzolo, Alberto Bettiol. Ed il baldo Lorenzo Fortunato, dominatore dello Zoncolan. È il secondo italiano in classifica (sedicesimo). Ricordo il “fughista” Simon Pellaud, il corridore che in questo Giro è scappato via più volte, sino a superare 700 chilometri di corsa in testa. Quanto alla maglia ciclamino che indossa chi ha collezionato più punti, Peter Sagan, vincitore a Foligno, la indossa con innata eleganza. Il simpatico fuoriclasse slovacco è dimagrito. Segno che punta in alto. Ai Giochi di Tokyo. Un cenno merita il miglior scalatore del Giro, il francese Geoffrey Bouchard che ha avuto la costanza di inanellare i Gran Premi della Montagna meno importanti. Solo i compatrioti Louison Bobet, Raphael Geminiani e Laurent Fignon c’erano riusciti.

Bobet vinse tre Tour e un Mondiale, Geminiani una classifica scalatori al Tour e due al Giro (era grande amico di Coppi, con lui andò in Alto Volta per una battuta di caccia e come Fausto si ammalò di malaria, ma i medici di Parigi gli salvarono la vita, quelli di Tortona sbagliarono la diagnosi di Coppi). Fignon fece suo il Giro del 1989. Insomma, altre storie. Egan Bernal taglia il traguardo alle 17 e 12: è una luminosa domenica di fine maggio, la facciata del Duomo brilla come una stella. Poco lontano, Caruso è abbracciato dalla bionda moglie Ornella. Il Recovery Giro del 2021 finisce così. In modo prevedibile, per quanto riguarda Egan. In modo fantastico, per quel che riguarda Damiano.

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