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Orio Giorgio Stirpe

La battaglia infuria a Severodonetsk (in copertina), praticamente casa per casa, e sembra che ormai i russi abbiano il controllo del centro. Gli ucraini hanno arretrato a ridosso del fiume, ma probabilmente ripiegheranno ulteriormente sulla sponda occidentale per accorciare il fronte ed evitare aggiramenti. In questo modo lasceranno al nemico l’ultima città importante dell’oblast di Luhansk.

In questa battaglia in ambiente urbano i russi hanno fatto largo ricorso ai miliziani ceceni e ai mercenari del gruppo Wagner: gente indurita e ben pagata, con lo stomaco per il combattimento nei centri abitati. Non ci sono molti uomini in questi gruppi, circa l’equivalente di due brigate dell’esercito regolare, ma nel combattimento in aree particolarmente compartimentati come le città (e le acciaierie) appaiono molto più efficaci della fanteria motorizzata o dei paracadutisti.

Il fronte di
attacco estremamente ristretto e l’impiego massiccio di miliziani e mercenari
conferma come l’esercito regolare russo sia esausto. Sul resto del fronte,
infatti, non si vede molta altra azione, neppure quegli attacchi di concorso
che ci si aspetterebbe durante un’azione del genere, allo scopo di richiamare
le riserve avversarie e facilitare lo sforzo principale: segno che non esiste
la capacità di condurli, e che l’attacco a Severodonetsk viene portato avanti
con le uniche forze disponibili e disposte a subire perdite.

Va infatti notato come questo genere di combattimenti imponga ad entrambe le parti un elevato tasso di logoramento; difficilmente un reparto reduce da un’azione del genere è disponibile per condurne un’altra subito dopo. Questo in sostanza significa che conclusa l’azione a Severodonetsk e, a meno che non riescano a generare in qualche modo forze fresche, i russi saranno probabilmente costretti a passare in difensiva, almeno per il tempo necessario ad effettuare un nuovo raggruppamento.

D’altra
parte, anche gli ucraini appaiono esausti. Infatti, se ci si sarebbero dovuti
aspettare attacchi russi concorrenti a quello principale, ci si sarebbero anche
dovuti aspettare contrattacchi “di alleggerimento” da parte ucraina, che non si
sono visti. Come avevamo detto all’inizio della battaglia del Donbass,
considerato lo scopo dichiarato di Putin (“liberare” tutto il Donbass), il
centro di gravità dello scontro era rappresentato dalla città di Kramatorsk; la
presa di tale obiettivo passava attraverso la cattura di Severodonetsk e di
Slaviansk. Se solo la prima di queste località viene effettivamente conquistata
prima dell’esaurimento dello sforzo offensivo, lasciando il centro di gravità
in mano ucraina, la battaglia del Donbass può considerarsi militarmente
conclusa con un altro insuccesso russo.  

Spetterà alla propaganda cercare di dipingerlo come un successo, acclamando la liberazione dell’oblast di Luhansk come se si trattasse dell’intero Donbass e cercando di “vendere” Severodonetsk come una vittoria di per sé… E probabilmente dal punto di vista politico può essere presentata come tale. In vista del raggiungimento di un ormai indispensabile (per entrambi i contendenti) cessate-il-fuoco, una “vittoria” russa in questa fase può facilitare le cose anche a vantaggio del governo di Kyev.

Come abbiamo
già detto più volte, e come ormai viene precisato sempre da più esponenti politici
e diplomatici occidentali, la situazione è tale per cui parlare di “pace” in
questo momento non ha senso. Perché per avere la “pace” dovremmo avere un
accordo con cui entrambi i contendenti si dichiarano soddisfatti e pronti a
rimandare i soldati in caserma. Questo sviluppo è ancora lontano nel tempo.

Quello che però si può e si deve perseguire è una cessazione delle ostilità, e cioè un armistizio: una situazione in cui entrambi i contendenti si dichiarano ugualmente insoddisfatti ma accettano il fatto di una virtuale impossibilità di ottenere risultati positivi continuando a combattere. In un caso del genere, si cessano gli attacchi, entrambi gli schieramenti si pongono sulla difensiva e di fatto si sospende il fuoco. A quel punto esistono le condizioni per avviare un dialogo diplomatico; se questo prende un minimo di slancio, si trasforma in un processo di pace, che prenderà un tempo più o meno lungo… Altrimenti si determina un “conflitto bloccato”, come sul Golan fra Siria e Israele.

Entrambe
però situazioni preferibili alla guerra guerreggiata, se non altro perché la
gente non viene più ammazzata e le città non sono più bombardate.

Un
armistizio però, perché “tenga”, deve soddisfare determinati requisiti. Il
primo è che in un modo o nell’altro convenga ad entrambi: se almeno uno dei
contendenti ritiene di star “vincendo” e di essere in procinto di ottenere un
vantaggio ulteriore, difficilmente accetterà di interrompere l’azione
militare… Ma come abbiamo visto, entrambi i contendenti sono stremati e
l’offensiva russa si spegnerà molto probabilmente sul fiume Severny Donec.

L’altro
requisito fondamentale è che la linea del fronte sia tale da consentire ad
entrambe le parti una posizione difensiva sostenibile a lungo termine.

Quest’ultimo
punto è più complesso da spiegare ad osservatori civili, perché è di natura
squisitamente tecnica. Ma per metterla nel modo più semplice possibile, occorre
che il fronte non sia troppo lungo, segua rilievi e ostacoli del terreno in
modo chiaro ed eviti salienti e sacche di difficile gestione tanto per chi vi
si trova dentro che per chi c’è fuori. In sostanza: deve essere più corto
possibile, in modo da essere difeso da meno forze e poterne ritirare il più
possibile per raggrupparle.

In
quest’ottica, lo “smussamento” del saliente ucraino nel Luhansk non sarebbe
solo un successo politico tale da salvare la faccia a Putin, ma anche un
relativo sollievo per ENTRAMBI gli eserciti che possono accorciare il proprio
fronte e difenderlo meglio. Insomma: un possibile passo avanti verso un
auspicabile armistizio.

L’orso Vladimiro difficilmente si considererà soddisfatto con la sola Severodonetsk; ma potrebbe doversi dichiarare tale, se come prevedo il suo esercito si arresterà lì.

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