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Francia-Marocco, tra storia e geopolitica: una partita che dura da oltre cento anni




Roma, 14 dic – In un tempo “depoliticizzato” bisogna avere la pretesa di fare l’opposto. Ripoliticizzare ogni cosa, per non perdere terreno da chi invece la politica cerca di introdurla dappertutto in maniera surrettizia. Questi sono stati i Mondiali più discussi di sempre: fasce arcobaleno, divieto di somministrazione di alcolici, bandiere palestinesi, manifestazioni di tifosi iraniani. Ora giunti al termine della competizione iridata, la parte sinistra del tabellone ci offre Francia-Marocco, una partita dai risvolti geopolitici davvero interessanti.

Francia-Marocco, la storia della partita

La rivalità inizia nel 1912 quando la Francia stabilisce il protettorato sul Marocco con il trattato di Fès, espandendo il proprio potere in uno stato ricco di risorse e privando i magrebini del loro potere decisionale. Proprio per questo motivo non mancarono le rivolte. Un esempio fu quella berbera del Rif, guerra che durò per cinque anni e obbligò il sultano Yusuf a trasferire la capitale da Fès a Rabat. Nel dicembre 1943 fu fondato poi il partito nazionalista Istiqlal, del quale grande esponente fu Allal al-Fasi, il cui programma puntava esplicitamente all’indipendenza del Marocco dalla Francia.

Al termine del conflitto, il partito Istiqlal chiese agli Stati Uniti d’America e al Regno Unito l’appoggio per la causa indipendentista. La Francia, impegnata nelle crisi d’Algeria e d’Indocina, cercò di pervenire a una soluzione negoziale: vi si arrivò nel marzo 1956 con il riconoscimento franco-spagnolo dell’indipendenza del Marocco. Nonostante ciò, continuò la costante ingerenza del governo di Parigi nella politica economica della monarchia marocchina.

Perché questa sfida è così importante

A partire dal 2016 Muhammed VI, re del Marocco, sovrano impegnato a far dimenticare il rigore del padre Hassan II (come prova anche l’educazione del figlio), ha stretto diversi accordi con Pechino soprattutto per quanto concerne energia pulita, trasporti, logistica e creazione di aree a fiscalità agevolata. Nel 2017 la sottoscrizione di un memorandum sulla BRI ha reso Rabat la destinazione ideale per imprese che, rilocate dalla Cina in Marocco, intendono avere accesso diretto al mercato africano. Un interesse coniugato a un sistema bancario ramificato nell’Africa occidentale che consente la conquista sia di mercati in rapida ascesa sia di quantità immense di risorse naturali. La volontà del Marocco è quella di farsi faro del Magreb. Sta per questo attuando la sua politica spostando gli occhi verso Pechino, allontanandosi, almeno dal punto di vista economico, dall’Europa. E di conseguenza dalla Francia.

Ma cosa c’entra il calcio?

Il re marocchino sta utilizzando proprio il calcio per assumere più prestigio agli occhi del suo popolo – o, per meglio dire, dei suoi sudditi. Non solo di chi vive in Marocco ma anche di chi risiede all’estero. La Federazione locale ha investito 63 milioni nel centro federale nazionale e ha reclutato tantissimi connazionali di seconda e terza generazione, grazie ad attività di scouting in Europa. È stata lanciata infatti un’operazione di reclutamento di talenti figli dell’emigrazione, una sorta di lotta per la naturalizzazione. Su 26 convocati ben 14 sono nati all’estero: Bounou in Canada; Amrabat, Aboukhlal, Ziyech e Mazraoui in Olanda; Chair, Amallah, El Khannous e Zaroury in Belgio; Cheddira in Italia; Hakimi e Munir in Spagna; Boufal e Saiss in Francia.

La volontà è quella di porsi avanguardia per gli Stati africani non solo dal punto di vista economico e politico, ma anche dal lato sportivo. Quest’ultimo, come ci insegna la storia, è uno dei mezzi di propaganda migliore.

Leggi anche: Nati in Europa ma scelgono di giocare nel Marocco: ennesimo schiaffo allo ius soli

Oltre il novantesimo

Indipendentemente dal risultato, la gara non terminerà al novantesimo, sia per i risvolti geopolitici citati in precedenza, sia soprattutto per gli eventuali festeggiamenti. Alle ventidue infatti andrà in scena il vero incontro, un derby che non si disputerà in Qatar, ma nelle banlieue parigine, sugli Champs Elysées e in tutta la Francia. Lì ci sarà la partita più pericolosa, soprattutto in termini di ordine pubblico. Da una parte centinaia di migliaia di arabi di prima, seconda e terza generazione, dall’altra in numero paradossalmente inferiore i francesi d’origine. Al termine dello scorso turno entrambi festeggiavano il passaggio del turno: camminavano abbracciati in un tripudio di colori, bandiere africane di tutti i tipi e drapeaux tricolori. Adesso il destino traccia un quadro beffardo, gli uni contro contro gli altri, galletti contro leoni. Aspettiamo le ventidue: potremmo assistere all’ennesimo fallimento del mondo degli uguali.

Libero De Rosa

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