Roma, 6 feb – Destinazione Etiopia. Il premier Giorgia Meloni, ricevendo oggi a Palazzo Chigi il premier etiope Abiy Ahmed Ali, ha annunciato una missione nella nostra ex colonia. “Andremo io e alcuni ministri del governo e vorremo che fosse accompagnata anche da imprenditori italiani”, ha detto il primo ministro. “Oggi abbiamo confermato la profondità di legami storici che uniscono i nostri popoli”, poi specificato la Meloni, annunciando un programma triennale di cooperazione allo sviluppo dell’Etiopia del valore di 140 milioni di euro, dei quali 100 milioni a credito e 40 milioni come doni.

In soldoni, l’Italia ha stanziato una cifra cospicua per instaurare proficui rapporti con il Paese dell’Africa orientale dove i venti della guerra civile si sono placati soltanto lo scorso novembre, quando dopo due anni di tremendi scontri è stato siglato un accordo di pace tra il governo di Addis Abeba e il Fronte popolare di liberazione del Tigray. Il conflitto resta comunque latente, pronto a riesplodere da un momento all’altro.

Il programma di aiuti italiano, come ha fatto presente Meloni, pone “un forte accento su iniziative destinate in parte alla formazione e alla creazione di posti di lavoro per i giovani” e “a questa importante firma se ne è aggiunta un’altra: il vicepresidente del Consiglio e ministro degli Esteri Antonio Tjani e il ministro delle finanze etiope hanno firmato due ulteriori accordi per l’erogazione di crediti per 42 milioni per iniziative sulle filiere di the, caffè e infrastrutture idriche nelle aree aride”.

Sulla carta, parliamo senza alcun dubbio del più grande intervento economico italiano in Etiopia degli ultimi anni. Rientra nel più ampio Piano Mattei, come confermato dallo stesso presidente del Consiglio. “Anche oggi abbiamo confermato la profondità dei legami che uniscono le nostre nazioni e i nostri popoli, legami storici che si sono arricchiti con rapporti più intensi. Questo governo intende rafforzarlo con quello spirito di partenariato paritario, quel piano Mattei per l’Africa che abbiamo lanciato come piano di cooperazione che possa aiutare i Paesi africani a crescere utilizzando le risorse di cui l’Africa dispone”.

Già a dicembre scorso l’Italia, tramite tramite il ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, aveva stabilito un finanziamento di 300 mila euro, con risorse a valere sul Decreto Missioni, a sostegno delle capacità dell’Intergovernmental Authority on Development per le attività volte ad accompagnare il processo di pace in Etiopia. Primo tassello, antipasto della svolta odierna.

Perché “rientrare” in Etiopia

La stessa Meloni ha poi specificato che in Italia “c’è una presenza stabile di imprenditori e aziende italiane stimate per il lavoro che sanno fare“. E c’è spazio “per aumentare gli investimenti italiani e la cooperazione a partire dal piano energetico, delle infrastrutture, sul settore della difesa vorremmo una cooperazione maggiore, nel campo della formazione per i giovani etiopi anche come strumento per favorire oltre gli investimenti anche la capacità di avere persone che grazie a quegli investimenti possano crescere nel lavoro e possano contribuire alla crescita della loro nazione”. Non sarà semplice portare a casa questo ambizioso progetto, ma è necessario iniziare a delinearlo anche per recuperare il terreno perso negli ultimi anni, a vantaggio in particolare della Cina.

Pechino è il principale partner commerciale di Addis Abeba, basti considerare che oltre il 20% delle importazioni della nazione africana proviene dalla Cina e il 10% delle esportazioni è destinato al mercato cinese. Secondo partner: gli Emirati Arabi Uniti per quanto riguarda le importazioni, Paesi Bassi e Sudan per le esportazioni. Al terzo posto, relativamente alle esportazioni, si colloca la Francia, seguita da Kuwait, Stati Uniti, Arabia Saudita e India.

Insomma, l’Italia non rientra tra i primi partner commerciali dell’Etiopia, nonostante il suo passato coloniale. L’incontro odierno tra Meloni e premier etiope non basta di per sé a colmare un divario enorme con altre nazioni che hanno alacremente lavorato negli ultimi decenni, ma è un primo importante passo per tornare protagonisti anche in Africa orientale. Là dove i nostri interessi economici e i flussi migratori da bloccare, si intrecciano con storia e cultura tricolori.

Eugenio Palazzini

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