“essere-la-moglie-di-un-detenuto-significa-avere-ogni-giorno-il-cuore-rotto”-–-il-riformista

“Essere la moglie di un detenuto significa avere ogni giorno il cuore rotto” – Il Riformista

Lettere sul carcere a Sbarre di Zucchero

Rossella Grasso — 12 Novembre 2022

“Essere la moglie di un detenuto significa avere ogni giorno il cuore rotto”

Il carcere non è un dramma solo per i detenuti, ma anche per le loro famiglie. Spesso la pena non la paga solo chi ha commesso un reato, ma anche sua moglie o marito, i figli, le mamme, i fratelli. Persone che soffrono non solo la lontananza fisica, che a volte è lunga chilometri, ma anche il quotidiano fuori dalle mura del carcere che è più difficile da affrontare in solitudine. A Sbarre di Zucchero scrive la moglie di un detenuto che racconta la sua vita che è come una corsa ad ostacoli: nel crescere i figli da sola, nell’andare e venire dal carcere lontano 172 chilometri da casa, nel trovare e mantenere un lavoro “perché quando chiedi il giorno di permesso per andare ai colloqui si spaventano e pensano che anche tu non sei una brava persona e quindi devi essere emarginata”. Nel riuscire a mantenere un rapporto affettivo diviso tra 4 telefonate da 10 minuti e 6 ore di colloquio al mese. “Essere la moglie di un detenuto è sacrificio ma è anche coraggio e forza di affrontare la vita da sole, perché l’unica cosa che ti senti dire ‘è bhe se sta li qualcosa ha fatto’”. Riportiamo di seguito la lettera della moglie di un detenuto.

Oggi ti voglio raccontare cosa significa essere la moglie di un detenuto. Essere la moglie di un detenuto significa avere ogni giorno il cuore rotto. Avere la responsabilità di crescere i figli da sola e non importa se sia, un figlio o più. Perché comunque è dura. Essere la moglie di un detenuto significa dover fare avanti e indietro nei carceri o nelle comunità, e quando non sei ne compagna ne moglie ma semplicemente il vostro amore è nato da poco devi combattere per avere la 3° persona e non sai nemmeno se te la accettano. Se sì, vali poco. Perché l’amore tra un detenuto e la 3° persona non vale come amore? No sembra di no.

Ti scrivo per dirti che mio marito oggi ha già finito le 4 chiamate, gliele hanno messe solo ieri ma sai, 10 minuti volano e adesso dobbiamo aspettare lunedì per poterci sentire ancora 10 minuti. Niente videochiamata sta settimana perché ha solo 6 ore di colloquio visivo e se fa la video non posso andare al colloquio. Ci separano 172 chilometri e ogni mese sono soldi per poter andare da lui, soldi per la persona che ti guarda i bambini, soldi per chi ti accompagna, soldi per il pacco, soldi da lasciare a lui. Tutto questo per avere 2 ore di ossigeno. Ma sono anche tanti sacrifici che vengono fatti con il cuore ma pesano su una famiglia dove solo la madre porta avanti tutto.

Essere la moglie di un detenuto alla quale un magistrato di sorveglianza ha dato solo rigetti anche per i lavorativi. Un lavoro capisci! Un lavoro con cui voleva cambiare vita e mantenere la famiglia e qualcuno ha deciso per un no. Essere la moglie di un detenuto significa perdere ogni lavoro che trovi perché quando chiedi il giorno di permesso per andare ai colloqui si spaventano e pensano che anche tu non sei una brava persona e quindi devi essere emarginata. Essere la moglie di un detenuto significa dover sostenere da sola le spese dei figli della casa e di tuo marito che avendo un fine pena magari più breve di altri allora non ha diritto a lavoro ma ha comunque una dignità e tu da moglie la devi portare in alto.

Essere la moglie di un detenuto è sacrificio ma è anche coraggio e forza di affrontare la vita da sole, perché l’unica cosa che ti senti dire “è bhe se sta li qualcosa ha fatto”. Essere la moglie di un detenuto è questo e molto altro. Ma una cosa è certa: essere la moglie di un detenuto è anche sapere che il vostro amore è più forte di tutto questo e che fuori da quelle 4 mura siete più forti di tutto ciò che avete passato. Scusa lo sfogo.

La moglie di un detenuto

Giornalista professionista e videomaker, ha iniziato nel 2006 a scrivere su varie testate nazionali e locali occupandosi di cronaca, cultura e tecnologia. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Tra le varie testate con cui ha collaborato il Roma, l’agenzia di stampa AdnKronos, Repubblica.it, l’agenzia di stampa OmniNapoli, Canale 21 e Il Mattino di Napoli. Orgogliosamente napoletana, si occupa per lo più video e videoreportage. E’ autrice del documentario “Lo Sfizzicariello – storie di riscatto dal disagio mentale”, menzione speciale al Napoli Film Festival.

© Riproduzione riservata

Related Posts

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.