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Enrico Berlinguer è il papà del nulla populista

È arduo sostenere che Berlinguer può rappresentare un argine al populismo. Al contrario a nostro avviso è condivisibile quello che afferma Claudio Mancina: “il suo moralismo aprì la strada ai tic populisti” (Il Riformista, 26 maggio 2022). Per quello che ci riguarda molte riflessioni le abbiamo già fatte in un precedente articolo sempre sul Riformista: “Fu l’ultimo Berlinguer che rese giustizialista il Pci” (Il Riformista, 4 dicembre 2021).

Per comodità di analisi distinguiamo due Berlinguer: il primo Berlinguer, quello dei tre saggi su Rinascita per il compromesso storico e dell’azione politica sul terreno della costruzione dell’Unità nazionale nel periodo ’76-’79, e “l’ultimo Berlinguer” descritto in modo magistrale da Piero Craveri in un saggio sulla rivista XXI Secolo del marzo 2002. C’è un orizzonte comune a entrambi i Berlinguer ed è quello costituito dal comunismo: egli vuole rimanere comunque in quell’ambito, nella prima fase in una posizione d’apertura e di attacco, nella seconda in un arroccamento volto a salvare il salvabile dopo che la politica di unità nazionale si era risolta in una sconfitta che poteva finire in una rotta.

Berlinguer è stato certamente molto più autonomo dall’Urss di Togliatti (che però in Italia non è mai stato giustizialista: basti pensare all’amnistia), ma non ha mai del tutto rotto con l’esperienza del comunismo reale del quale si elencavano “i limiti” (e già questa era una distinzione “limitata” e insufficiente), ma di cui si arrivò a ribadire la “superiorità morale sul capitalismo” (magari al netto degli attentati). Berlinguer a livello internazionale ebbe rapporti con partiti socialdemocratici, spesso per distinguerli da Bettino Craxi (trattato specie dopo il 1981 come un “socialfascista” tant’è che la sua presidenza del Consiglio fu considerata come un’operazione “di destra”), ma tenendo sempre a mantenere la distinzione di fondo tant’è che con grande enfasi fu lanciata l’ipotesi dell’eurocomunismo che poi fallì sia per la sua inconsistenza culturale (una sorta di terza via fra la socialdemocrazia e il comunismo reale), sia perché, per opposti motivi, non ressero alla prova né il partito comunista di Carrillo (arrivato quasi a parlare di totalitarismo a proposito dell’Urss), sia del Pcf di Marchais che rapidamente tornò all’ovile.

In ogni caso nei tre anni dal 1976 al 1979 Berlinguer tentò tutte le aperture possibili e immaginabili nei confronti della Dc considerata non solo l’interlocutore strategico del Pci (al punto tale che con essa o larga parte di essa si sarebbe dovuta costruire una società socialista, obiettivo francamente privo di qualunque realismo), ma anche il punto di riferimento valido per mantenere in una condizione di cattività e di subalternità il Psi: basti pensare come fu trattato non Craxi, ma De Martino, allora segretario del Psi, quando quest’ultimo alla fine del 1975 attaccò il governo e avanzò la proposta che la sinistra unita (PCI-PSI) trattasse con la Dc (su questo nodo sono assai significative le riflessioni di Claudio Petruccioli nel libro scritto a quattro mani con Emanuele Macaluso, Comunisti a modo nostro). Quella fase si concluse con una dura sconfitta del Pci a proposito della quale andrebbe anche sottoposta a una riflessione critica la posizione di assoluta intransigenza sulla trattativa durante il caso Moro assunta dal Pci.

Rimango convinto che, paradossalmente, proprio il Pci che sosteneva la strategia del compromesso storico con la Dc (che aveva una lontana possibilità di riuscire sotto forma di ingresso nel governo solo grazie ad Aldo Moro: Plechanov non ha scritto a vanvera il libro su “la funzione della personalità nella storia”) avrebbe dovuto assumere una posizione simile a quella di Craxi: consisteva non “nella trattativa”, ma “in un’autonoma iniziativa dello Stato” (la messa in libertà di un brigatista che non aveva commesso reati di sangue, la chiusura di uno stabilimento carcerario) che avrebbe posto un rilevante problema politico alle Br proprio rispetto alla sua area esterna di riferimento che era per gran parte favorevole alla liberazione di Moro.

Ma specialmente una mossa del genere da parte del Pci sarebbe venuta incontro sia alle lettere di Moro (che ponevano il problema della vita dell’ostaggio in termini di straordinaria forza culturale, indipendentemente dal fatto che egli parlava di sé stesso: altro che Moro “drogato” o che scriveva “sotto dettatura”, un’autentica infamia nella quale si mescolavano insieme gesuitismo e cinismo staliniano di quart’ordine, di cui però furono responsabili Andreotti, una parte degli amici di Moro e i cattocomunisti), sia alla stretta drammatica in cui si trovava la Dc per cui avrebbe trovato nel Pci davvero una sponda positiva valida per l’oggi, ma anche per il futuro (altro che le lettere a Berlinguer dell’ottuso Tatò che, non avendo capito nulla della natura profonda della Dc, affermava che anzi quella era l’occasione per incalzare ancora di più la Dc costringendola addirittura a espellere la sua destra: la risposta a queste idiozie di un personaggio molto sopravvalutato fu “il preambolo”). In ogni caso, dopo il fallimento della politica di unità nazionale, Berlinguer organizzò la ritirata rovesciando totalmente la politica precedente: così a Salerno fu inopinatamente lanciata la strategia dell’alternativa, ma con un metodo opposto a quello del compromesso storico.

Mentre la strategia del compromesso storico aveva al centro un alleato ben preciso, cioè la Dc e il mondo cattolico, nel caso dell’alternativa questo interlocutore non c’era, perché anzi quello potenziale o possibile, come sosteneva quella che allora veniva chiamata “la destra comunista”, cioè i socialisti, era addirittura demonizzato. Così il contenuto dell’alternativa divenne la assolutizzazione della questione morale, fondata sull’esaltazione del Pci come “il partito diverso”. In tutto ciò non c’era solo il nullismo politico più assoluto, ma anche una incredibile mistificazione: Berlinguer sapeva benissimo che sul terreno del finanziamento il Pci non era affatto un partito diverso perché anzi il suo finanziamento era il più irregolare fra tutti: sommava insieme i soldi del Kgb, quelli delle società di import/export, le cooperative rosse (che in sede Italstat partecipavano pro quota alla ripartizione di appalti che erano tutti rigorosamente manipolati), le imprese private che lavoravano per le regioni e i comuni rossi. Quando poi i grandi gruppi industriali-editoriali, dopo il 1989-1991, finito il pericolo comunista, hanno deciso di liberarsi della Dc, del Psi, dei partiti laici, in una prima fase questo moralismo è stato cavalcato e ha messo al riparo dai guai giudiziari proprio il Pds dei “ragazzi di Berlinguer” (Occhetto, D’Alema, Veltroni, con l’apporto politico-giuridico di Luciano Violante).

Poi, passata quella fase e quella successiva fondata sull’attacco a Berlusconi, quel giustizialismo sempre più becero si è ritorto anche contro il Pd, di passaggio in passaggio, da Berlinguer ai “ragazzi di Berlinguer”, a Sandro Curzi, a Samarcanda, siamo arrivati a Travaglio e quindi a Grillo, a Casaleggio e adesso addirittura a Conte. Oggi, per un verso, meritoriamente Enrico Letta sulla vicenda Ucraina ha assunto una posizione europeista e atlantista, ma per altro verso egli dice no ai referendum sulla giustizia e segue Zingaretti (quello che a un certo punto di è dimesso da segretario perché il Pd gli faceva schifo) nell’alleanza preferenziale con il M5s di Conte, che è inattendibile e impresentabile in politica estera e ultragiustizialista in politica interna e che sta preparando qualche scherzo per il 21 giugno in sede di dibattito parlamentare così come ha cercato di muoversi Salvini: il partito russo in Italia cerca di farsi sentire.

Poi, certo, tuttora il “comunismo” e il “post comunismo” italiani mantengono una parte almeno della loro forza mediatica. Ciò lo si vede specialmente in occasione degli anniversari. Così i 100 anni dalla nascita del PC d’Italia nel 1921 sono stati celebrati, prescindendo dal fatto che in quei due Congressi paralleli si parlò moltissimo di “fare come la Russia”, ma solo Giacomo Matteotti parlò del pericolo fascista incombente: massimalisti e fazione comunista esaltavano la rivoluzione proletaria, ma “il partito armato” lo aveva fatto Mussolini ed era all’attacco proprio in quei giorni. Su Berlinguer abbiamo visto un bel documentario di Walter Veltroni su Rai Tre: si è trattato di una straordinaria e anche bella santificazione, però senza alcun cenno di riflessione critica.

Certo, poi, Enrico Berlinguer è sempre stato una persona seria, eticamente motivata, impregnato di politica e di cultura e allora, anche tenendo conto di ciò che ha provocato il suo errore più rilevante, cioè il moralismo che a sua volta ha prodotto un populismo antipolitico, antiparlamentare e antioccidentale, non si può fare a meno di rendergli comunque l’onore delle armi.

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