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Difesa comune europea, il sogno di De Gasperi mai così attuale

La difesa comune, tassello mancante del processo di integrazione europea, torna di urgente attualità dopo l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia. Se l’Ue vuole contare qualcosa sullo scacchiere globale e vuole tutelare la propria sicurezza senza affidarsi all’ombrello protettivo dell’America, l’esercito comune diventa una necessità vitale. Non a caso Svezia e Finlandia, due paesi di antica collocazione neutralista, bussano oggi alla porta della Nato per paura della volontà di potenza del Cremlino.

E pensare che già 70 anni fa i paesi fondatori della comunità europea erano stati a un passo dalla creazione di un esercito europeo. E che esercito: 40 battaglioni per un totale di 100mila soldati. A confronto, le 5 mila unità previste oggi dalla Bussola strategica approvata dal Consiglio europeo, nel pieno del conflitto russo-ucraino, fanno sorridere. I due visionari promotori di quel progetto dei primi anni 50 furono, per l’Italia, il democristiano Alcide De Gasperi e il comunista Altiero Spinelli. Ma il progetto fallì. Con le conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti.

Di questo si è discusso a Roma all’Istituto Sturzo in occasione di un convegno promosso mercoledì scorso da Libertà Eguale e Base Italia con il titolo: “L’unione di difesa europea per un nuovo ordine internazionale”. L’evento cade a 70 anni dal trattato per la costituzione della Ced, la comunità europea di difesa. Una ricorrenza singolare perché richiama alla memoria un accordo mai nato. «Il trattato si esplicava su due versanti. Quello interno: la sicurezza tra i paesi europei che si erano combattuti per secoli. Quello esterno: la necessità di difendersi dalla eventuale minaccia dell’Urss», ricorda Sergio Fabbrini, politologo e decano del Dipartimento di Scienze politiche della Luiss. Che lo considera il trattato “più avanzato del pensiero riformatore europeista”. Un’architettura sofisticata che prevedeva un sistema sovranazionale, basato su un comando unificato e un budget comune, nel quadro dell’alleanza transatlantica.

Una soluzione avanzatissima per il superamento delle difese nazionali e l’integrazione della Germania dell’Ovest. Ma il progetto non passa. A bloccarlo è l’assemblea nazionale francese nel 1954. Un ‘No’ segnato dal tabù della intoccabilità della sovranità nazionale. Racconta Fabbrini: «Sul punto destra e sinistra erano d’accordo. I gollisti non accettavano l’idea che i soldati francesi fossero guidati da comandanti tedeschi. I comunisti ritenevano che fuori dallo stato nazionale non c’è sicurezza sociale. Entrambi, alla fine, vivono lo stato come un orizzonte insuperabile». Un paradosso: l’Europa affida la sua sicurezza agli Usa. Che, viceversa, non vedevano l’ora di liberarsi dal pantano del Vecchio continente.

In sostanza, gli europei hanno usato i soldi dei contribuenti americani per garantirsi la sicurezza mentre si concentravano sulla crescita economica. Oggi, però, l’assenza di una difesa comune diventa un problema. «Gli Stati europei singolarmente presi non hanno il fisico per parlare di sovranità», avverte al convegno Giorgio Tonini, ex parlamentare dem ed ex presidente della commissione Bilancio del Senato, citando Jean Monnet. Il problema è che “non può esserci un Pentagono della Ue se non c’è una Casa bianca della Ue”, assicura Tonini. Adesso che risorge la minaccia dall’Est si torna a parlare di difesa comune. «Un’occasione che passa oggi e chissà quando ricapita», disse De Gasperi a Strasburgo a proposito della Ced. Tonini ricorda le parole dello statista per concludere: “beh, sta ricapitando”.

Il tema sarà centrale nella prossima campagna elettorale italiana. Marco Bentivogli, coordinatore di Base Italia, avverte la necessità di opporsi al “rischio che uno spazio di aggregazioni non atlantista e scarsamente europeista possa prendere il sopravvento”. Enrico Morando, ex viceministro dell’Economia e presidente di Libertà Eguale, ricorda che «la collocazione internazionale è un elemento costituzionale e rappresenta la matrice della politica interna». Bene ha fatto Mario Draghi a rinnovare la proiezione euroatlantica del nostro paese. Chi sarà in grado di raccogliere la sua eredità nel 2023? Per Morando, visto il filoputinismo dei partiti del centrodestra (e l’opposizione a Draghi dell’atlantista Meloni), il Pd di Enrico Letta resta il punto di riferimento dell’Italia euroatlantica.

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