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Da Eltsin a Putin, diario della parabola russa. Scrive Scotti

Le ultime notizie che vengono dai teatri di guerra dell’Ucraina sollevano nuovi interrogativi sulla capacità del Comandante in capo della Russia di “gestire” non sola la guerra ma anche la ipotetica pace.

Quando nel novembre 1989 cade il muro di Berlino è ancora un giovane ufficiale del Kgb. Dieci anni dopo, nel dicembre 1999, Boris Yeltsin lo propone come suo successore. Al ventesimo anno di presidenza Putin, rispetto al disfacimento del 1991, la nuova influenza politica della Russia in Europa e nel mondo. L’opinione pubblica internazionale e i leader dei grandi Paesi danno progressivamente a Putin una crescente apertura di credito. I media mondiali registrano positivamente l’evoluzione con un misto di ammirazione e di diffidenza. A tratti sembrano cogliere nella politica russa una minore fobia di accerchiamento rispetto al passato sovietico a partire proprio da Yalta. Ma i Paesi del vecchio patto di Varsavia, che più da vicino percepiscono il modificarsi degli umori del popolo russo, invocano un maggiore realismo nel valutare le scelte di Putin.

Ricordo una cena, agli inizi di luglio del 1992, a conclusione del g7 di Monaco di Baviera, nella vecchia forma dei tre tavoli (Capi di Stato, e Ministri degli esteri e del economia) a cui partecipava il presidente Yeltsin. Era il momento più acuto della crisi politica ed economica della grande potenza e della frustrazione del popolo russo e della sua classe dirigente ancora sovietica. Amara la sua riflessione sui risultati di una prima comprensione dei capi di Stato occidentali, soprattutto Europei, della realtà della Russia dopo settanta cinque anni di totalitarismo sovietico.

Per tutta la cena ebbi modo di ascoltare la sua analisi e sentirlo rispondere alle mie tante domande. La discussione si concluse pregandomi di riferire al mio primo ministro: non sono venuto a Monaco per passare un ennesimo esame sulla democrazia e sul capitalismo da parte di alcuni giovani allievi delle grandi università. Nel qual caso si sarebbe alzato e avrebbe lasciato l’incontro del giorno dopo con i capi di stato del G7.

Con la caduta del muro di Berlino tutto sarebbe cambiato, a partire dalla fine del totalitarismo comunista alla sparizione dell’Unione sovietica, del patto di Varsavia e della divisione della Germania. Quale equilibrio di pace poteva sostituire quello del terrore della bomba atomica? Il mondo occidentale era convinto della vittoria della libertà ma non era preparato ai tempi del crollo del muro di Berlino. E aveva accelerata la difesa missilistica europea, alzato il livello dei sistemi di difesa, spinto l’Urss e il Patto a aumentare la spesa militare, misura sempre più incompatibile con la crisi economica della loro economia.

Gli alleati occidentali avevano nel contempo sostenuto gli Stati Uniti negli accordi con l’Urss sul disarmo e sulla riduzione degli arsenali nucleari e firmato l’atto finale di Helsinki, al termine della conferenza sulla sicurezza e la cooperazione della sicurezza in Europa del luglio agosto del 1975 con la partecipazione anche della Santa Sede. Ma i tempi di una caduta del muro di Berlino non furono quelli che l’Occidente prevedeva. Per cui nella sessione della Conferenza di Helsinki del luglio 1992, presenti quasi tutti i capi di Stato, registrai in moltissimi interventi una grande incertezza sulla evoluzione della Conferenza e del nuovo assetto.

Yeltsin dopo sette anni avrebbe lasciato via libera a Putin nella conquista del potere in Russia con l’obiettivo di mettere ordine nella vita della grande Russia. In una prima fase del “governo” Putin, le cancellerie occidentali, pur con riserve verso il governo russo, gestito da un uomo del Kgb, circa il rispetto dei diritti umani e democratici dei cittadini, e in specie delle opposizioni, un ampio credito viene concesso alla persona di Putin.

I documenti e le testimonianze di un tale comportamento dell’Europa e degli Stati Uniti sono tanti, anche perché un realismo diplomatico considera Putin meno dominato da una tradizionale fobia sovietica dell’accerchiamento. Si arriva così a considerare in qualche modo necessaria la partecipazione di Mosca al g7, un riconoscimento, dopo il 2018 del peso russo nel G/20, con una iniziativa spettacolare del governo Berlusconi, accettata volentieri dal presidente George Bush, di favorire caloroso abbraccio tra i leader delle due grandi potenze, all’aeroporto di Pratica di Mare.

La Russia non viene riconosciuta grande potenza per le dimensioni del suo Pil e del suo saggio di crescita, ma per il suo peso politico di cui si riconosce la sua area di rispetto. A un certo punto della sua permanenza al governo indiscusso cominciano a crescere le crepe dei rapporti con i grandi paesi del vecchio Patto di Varsavia che si rivolgono alla Europa, alla Nato e agli stati Uniti per ottenere protezione e sicurezza. Esplodono i casi di interventi della Russia nella autonomia dei Paesi confinanti più piccoli e facenti parte della Federazione dell’Unione Sovietica.

Le reazioni della Unione europea mostrano l’esistenza di un intreccio di interessi tra i sistemi economici produttivi europei che rendono difficile rendere efficaci le sanzioni. Matura una consapevolezza che da una parte Putin continuerà a ritenersi una grande potenza con il diritto di avere un confine con stati che sono costretti a subire limitazioni alla propria autonomia senza che la reazione dei paesi europei o della Nato sia tale da costringere la Russia a tornare indietro. E dall’altra parte i Paesi dell’Europa ritengono che Putin non porterà il livello di  violenza oltre il  limiti che metta in discussione quell’insieme di equilibri economici e politici esistenti.

Se non fossero esistite queste opposte consapevolezze nessuna delle due parti, si pensi alla Germania o all’Italia avrebbe portato il livello degli scambi finanziari e commerciali a un livello pericoloso o affidando la propria sicurezza energetica nelle mani di Putin per quaranta per cento del suo fabbisogno di gas anche quando si era entrati nella prima fase delle sanzioni. Quando la notte di marzo Putin invade cinicamente l’Ucraina qualcosa è cambiato e gli stessi servizi segreti non sono riusciti a spiegargli che questa volta era più facile risolvere prima il conflitto che dopo essere entrati in guerra.

A questo punto Putin diventa estremamente pericoloso. Per sé e per gli altri. Non pochi nel mondo parlano con qualche fondamento di una malattia dello zar. Da alcuni anni, quando un sostegno gli veniva da alcuni grandi Paesi europei per l’intreccio di interessi economici realizzati, Putin ha perso ogni realismo di intelligence e ha accesa la miccia di un conflitto che preoccupa non solo l’occidente ma la stessa Cina.

Un conflitto che cambia anche la strategia difensiva di Paesi storicamente neutrali e con ottimi rapporti con Mosca. Ora è anche il momento anche per l’Occidente di capire quale strategia unitaria dover seguire per riparare ai danni già fatti e a quelli terribili che devono ancora venire. Non sono utili esercizi diplomatici di fantasiosi accordi.

È il momento dell’azione politica diretta che sa vedere il baratro che si è aperto e non concede il tempo di tattiche diplomatiche o di dialoghi tra pacifisti e interventisti timorosi. Quasi dieci anni fa un politico ruvido e senza molti aggettivi rivolgeva un monito ai deboli uomini di Stato del tempo. Che non va ripreso nei suoi contenuti oggi, come pensano di fare molti uomini del tempo presente, perché molte cose sono cambiate sul campo, ma come lezione di metodo guardando alla repubblica che esiste e non quella  che non esiste e mai esisterà.

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