Cerved: arriva l’opa del fondo inglese Ion

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Roma, 14 mar – È stata lanciata un’opa a 9,5 euro per azione (per un controvalore massimo di 1.855 milioni) sulla totalità delle azioni di Cerved Group, la banca dati economico-finanziaria che valuta il rischio di credito delle imprese. L’offerta pubblica d’acquisto proviene dal veicolo finanziario Castor formato da Ion Capital, Fsi e da Gic, il fondo sovrano di Singapore. L’operazione è stata premiata dalla Borsa ma rischia di danneggiare Piazza Affari e più in generale le nostre imprese.

I dettagli dell’operazione

Per capire perché è utile fornire qualche cifra. L’opa di Castor prevede un premio del 34,9% rispetto al prezzo delle azioni Cerved del 5 marzo e del 43% rispetto al valore degli ultimi dodici mesi. Si tratta, dunque, di un buon affare? Forse.

Intanto, vediamo chi c’è dietro. Alla guida del suddetto veicolo troviamo Ion Capital. Quest’ultimo è un fondo inglese guidato dall’italiano Andrea Pignataro. Il finanziere bolognese ha convolto in quest’operazione il fondo sovrano di Singapore, Gic Private (che detiene una quota del 10% del veicolo) e Fsi di Maurizio Tamagnini, che si è detto pronto ad investire nell’operazione fino a 150 milioni di euro. Non manca il supporto delle grandi banche: Banca Imi, Unicredit e perfino la grande Goldman Sachs. Fin qui tutto bene. Un problema però, rimane. Infatti, una delle condizioni poste dai potenziali acquirenti è la revoca della quotazione del titolo (Cerved Group) dai listini di Piazza Affari. Continua, quindi, l’emorragia dell’azionariato italiano dalla Borsa di Milano.

Troppi delisting su Borsa Italiana

Questa fuga è stata favorita dal meccanismo dell’offerta pubblica d’acquisto. Un fenomeno denunciato a gennaio dalla Consob. Secondo lo studio dell’ente guidato da Paolo Savona, i troppi “delisting post-Opa” hanno indebolito la piazza finanziaria, già agli ultimi posti in Europa per capitalizzazione di mercato rispetto al Pil.

Questa accuratissima analisi, basata su 20mila dati di 231 offerte pubbliche viste a Piazza Affari dal 2007 al 2019, mostra che il 60,6% di esse è servita al compratore per revocare la quotazione. Se prendiamo in esame le prime dieci opa per volumi, scopriamo che ben otto sono state pagate in contanti e hanno avuto per fine il “delisting”. Un fenomeno che, a detta della Consob “non sono più solo le società di piccole dimensioni, controllate in maniera quasi totalitaria dallo storico azionista, ma anche società di grandi dimensioni, revocate dalla quotazione subito dopo l’acquisizione della maggioranza”. Gli esempi non mancano. Un nome su tutti: Parmalat.

La richiesta di delisting per Cerved, dunque, non stupisce nessuno. Conferma, però un trend negativo che va fermato. Detto ciò, è bene ricordare che il fondo inglese in questi giorni ha compiuto un’operazione altrettanto importante.

Cerved e Cedacri: il doppio colpo di Pignataro

Una settimana fa, infatti, il fondo Ion ha rilevato per 1,5 miliardi di euro Cedacri, una società italiana specializzata in servizi di informatica per il settore bancario. Prima che arrivasse il finanziare bolognese la proprietà di quest’azienda era divisa tra una quindicina di soci. Il futuro aspetto societario è meno plurale: il 90% di Cedacri verrà ceduto alla fintech Ion ed il resto andrà nelle mani di Fsi (che raddoppia l’investimento iniziale e rimarrà con una quota del 10%).

In pochi giorni dunque il finanziere bolognese fa il bis mettendo le mani su due realtà strategiche per la raccolta dei dati economico-finanziari delle imprese italiane. Cedacri gestisce i software per i sistemi informativi degli istituti di credito ed esattoriali e Cerved fornisce consulenza ai propri clienti elaborando i dati delle Camere di commercio. Inoltre ha al suo interno una divisione rating, importantissima per chi oggi voglia identificare opportunità di acquisto fra le imprese italiane.

Il problema, però, non riguarda solo la concentrazione di potere nelle mani di Ion. Come si è detto all’inizio Pignataro si è scelto come partner il fondo sovrano di Singapore. Un colosso che può contare su 100 miliardi investiti in asset di 40 Paesi nel mondo. Forse in un caso come questo sarebbe stato opportuno usare il golden power. Se è vero dunque che il capitale è apolide per definizione, non è molto intelligente lasciare in mano ai fondi d’investimento la combinazione della nostra cassaforte.

Salvatore Recupero

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