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Caso Tim: l'importanza di una rete nazionale a controllo pubblico




Roma, 1 dic –  Il caso Tim torna al centro del dibattito politico. Il governo, infatti, ha deciso di archiviare il progetto di rete unica che vedeva Cassa Depositi e Prestiti come protagonista. L’esecutivo ha reso noto le sue posizioni in un comunicato stampa di Adolfo Urso e di Alessio Butti. Il primo ministro delle Imprese e del Made in Italy, il secondo sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega all’Innovazione tecnologica. Vediamo di che si tratta.

Caso Tim, la posizione del governo

“Il Governo – si legge nella nota – ha svolto in queste settimane ampi e doverosi approfondimenti ed interlocuzioni con i principali soggetti coinvolti nello strategico dossier sulla “Rete Unica” culminati nell’incontro svolto a Palazzo Chigi con le organizzazioni sindacali.

Tenendo conto delle priorità di valorizzare le risorse umane di Tim e dar attuazione ad una efficiente e capillare Rete Nazionale a controllo pubblico, il governo intende promuovere un tavolo di lavoro che entro il 31 dicembre possa contribuire alla definizione delle migliori soluzioni di mercato percorribili per massimizzare gli interessi del Paese, delle società coinvolte e dei loro azionisti e Stakeholder, tenendo altresì conto delle normative esistenti a livello nazionale ed europeo e dei necessari equilibri economici, finanziari ed occupazionali”.

Ma a cosa esattamente si è opposto il governo Meloni? Cerchiamo di comprendere meglio come era strutturato il precedente progetto.

Il progetto Open Fiber

Lo schema era assai complesso e non tutti gli attori erano perfettamente d’accordo. L’obiettivo di quel piano era portare Netco (la rete Tim e Sparkle) nell’orbita di Open Fiber in modo da creare un operatore unico. Prima di proseguire il ragionamento è utile capire cos’è Open Fiber. Quest’ultimo è un operatore all’ingrosso nel mercato italiano di infrastrutture di rete. È posseduto dal socio unico Open Fiber Holdings S.p.A., a sua volta partecipato al 60% CDP Equity S.p.A. (società riconducibile al Gruppo CDP) ed al 40% da Fibre Networks Holdings S.a.r.l. (società riconducibile al Gruppo Macquarie).

In pratica i due più grandi gestori di rete fissa si sarebbero messi d’accordo per creare un’unica rete nazionale in cui la partecipazione dello stato era garantita dalla presenza di Cdp. Ma quanto doveva costare la rete di Tim? Ed è qui che nascono i primi problemi. È mancato l’accordo delle parti sul prezzo. Le differenze di valutazioni fra il compratore Cdp (intorno ai 16 miliardi) e il venditore Vivendi primo azionista di Tim (31 miliardi) hanno contribuito al deragliamento del progetto. Ora è ovvio che il governo voglia porre un rimedio a questa situazione di stallo.

Tuttavia, non possiamo fare i conti senza l’oste. C’è la Commissione Europea che non rimarrebbe certo a guardare. Il dossier Tim è troppo importante per non sollevare l’interesse di Bruxelles.

Tim, la rete nazionale pubblica e Bruxelles

Il governo teme che la Commissione Europea difficilmente sarebbe favorevole ad una rete unica su tutto il territorio nazionale. Per questo, come riportato sul Sole 24 Ore, prende quota l’idea di una rete unica a perimetro ristretto, limitata cioè alle aree bianche a fallimento di mercato e a una parte delle aree grigie semi-concorrenziali, quelle finanziate dai fondi pubblici del Pnrr. Nel resto delle aree grigie e nelle aree nere dove sono presenti più reti andrà garantita la concorrenza infrastrutturale e un modello alternativo può passare per il co-investimento.

Dal punto di vista tecnico gli scenari più gettonati al momento sembrano quello di uno spinoff della rete, tramite una scissione proporzionale del titolo, o il conferimento della rete a una newco o anche un’operazione che passerebbe attraverso un’Opa con vari soggetti per agire su Tim in fase successiva al delisting. Quest’ultima soluzione sarebbe considerata più market friendly, come direbbero gli inglesi, ma siamo sicuri che gioverebbe all’interesse nazionale? Ne dubitiamo.

A questo proposito è utile riportare una nota congiunta del Segretario Nazionale Ugl Telecomunicazioni, Stefano Conti e del Vice Segretario Generale dell’Ugl, Luca Malcotti, presenti all’incontro a Palazzo Chigi sulla vertenza Tim. Nel comunicato si legge: “Abbiamo ribadito la necessità che la rete ritorni pubblica, si ponga fine al dualismo in essere e che non venga fatto lo spezzatino dell’ex monopolista. Si tratta di una questione occupazionale che riguarda, tra dipendenti diretti e indotto, circa 80.000 lavoratori ma è innanzitutto una questione di politica industriale dalla quale dipende lo sviluppo del Paese e la sua sicurezza”.

In queste poche righe si sottolinea l’importanza di una rete pubblica rispetto alle ragioni del mercato. Speriamo che il governo sia capace di mettere l’interesse nazionale davanti a tutto e a tutti.

Salvatore Recupero

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