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Blog | La condanna di Antonio D'Alì e la ragnatela di poteri occulti che ha governato cinquant'anni – Il Fatto Quotidiano

A cento anni dalla Marcia su Roma, gli “eredi del Duce” sono al governo. A cento anni dalla nascita di Enrico Berlinguer la sinistra in Italia e in Europa è scossa dal prepotente ritorno della “questione morale”. In questo quadro la notizia della sentenza definitiva di condanna per concorso esterno in associazione mafiosa a carico di Antonio D’Alì, già senatore e potente sotto segretario all’Interno, incoraggia gli sforzi di chi non si sia fino a qui arreso alla disperazione.

A conclusione di un lungo e tormentato itinerario giudiziario è dunque finalmente arrivata per D’Alì la certificazione di aver sostenuto per decenni Cosa Nostra mettendo a disposizione del sodalizio criminale risorse economiche e politiche. Come ricorda sul suo blog Rino Giacalone, attento e tenace giornalista trapanese che alla vicenda ha dedicato anni di duro lavoro, le cose che capitano lì si capiscono almeno a cinquant’anni di distanza. Tale era, e in parte è ancora, la ragnatela di poteri occulti che hanno nel trapanese un solido baricentro.

Vale per la storia criminale di D’Alì che affonda le sue radici nel potere esercitato dallo zio omonimo tramite la Banca Sicula, che diventerà successivamente la rampa di lancio della carriera del D’Alì oggi definitivamente condannato. Un potere che intreccia quello, allora addirittura sottoposto, dei Messina Denaro, campieri nelle terre dei D’Alì. Vale parimenti per chi di quel potere è stato in qualche modo vittima, Ciaccio Montalto (nel 2023 saranno 40 anni dal suo assassinio) o di un magistrato ingovernabile come Carlo Palermo, e dei giornalisti Mauro Rostagno e Ilaria Alpi. Una “patente” di mafiosità – quella dei D’Alì – attribuita dallo Stato a carissimo prezzo. Basterebbe ricordare le fatiche e le vere e proprie ingiustizie patite da servitori leali e capaci dello Stato come il prefetto Fulvio Sodano (purtroppo deceduto anni fa) e l’allora capo della squadra mobile Giuseppe Linares (oggi meritatamente ai vertici della Polizia di Stato). Ma attribuita.

Certo, restano nella testa le parole amare di Alfredo Morvillo, pronunciate questa estate alla presentazione del libro dedicato alla sorella Francesca, che alla luce della evidente, perdurante, influenza politica (soltanto in Sicilia?) di personaggi altrettanto “patentati”. Si domandava se Giovanni Falcone e Francesca non fossero morti invano. Ma credo che un modo per onorare la memoria grata di tutti questi sacrifici sia proprio quella di non smettere di lottare perché la democrazia mantenga la sua promessa emancipante e non si trasformi in una farsa, buona soltanto per pochi privilegiati.

Ed è anche per questo che tornando da dove sono partito auspico ancora una volta uno scatto in avanti della politica autenticamente democratica e che quindi non può che essere europeista. Di fronte alla morsa che si sta stringendo attorno alle Istituzioni comunitarie non c’è più tempo da perdere. E’ una morsa che trova forza da un lato nell’illusorio e pericoloso rigurgito nazionalista, che tra l’altro ha portato al governo in Italia Giorgia Meloni, e dall’altro nella sovranità senza territorio esercitata dai grandi gruppi di potere transnazionali, che agiscono sapientemente appoggiandosi ora a regimi autoritari ora alla più becera delle corruzioni.

Che fare? Bisogna avere il coraggio di trasformare l’Unione Europea in una Repubblica Federale fondata su uguali diritti ed uguali doveri. Bisogna che questo tema caratterizzi la prossima campagna elettorale per il rinnovo del Parlamento europeo, perché non potrà che essere il prossimo Parlamento a condurre questa trasformazione attribuendosi un compito pienamente costituente. Il Parlamento europeo, infatti, non ha eguali (e nemmeno precedenti) sul piano della legittimazione democratica. Di fronte alla forza corruttrice delle grandi lobby, non basta rafforzare i presidi di prevenzione e contrasto amministrativi o giudiziari, non bastano, per intenderci, né la Procura Europea, né la Commissione. Serve un rinnovato patto civile che sappia rigenerare la credibilità delle istituzioni democratiche.

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