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Bellocchio ha capito la tragedia di Moro: “Esterno notte” dopo 44 anni prova a chiarire il mistero

È un’impresa molto ambiziosa Esterno notte, il fluviale film in due parti sul sequestro Moro, realizzato da Marco Bellocchio e presentato a Cannes. In quasi sei ore, divise in due parti al cinema e in sei puntate nel serial tv, Bellocchio racconta non la tragedia del presidente sequestrato e dei suoi rapitori ma quella dell’intero Paese, della sua classe politica, della sua cultura mediatica. Dovrebbe essere l’aspetto saliente in ogni tentativo di ricostruzione storica di quei 55 giorni tragici e cruciali. Invece, nonostante le centinaia e forse migliaia di volumi usciti sul caso, i titoli dedicati a quello che successe allora nel Palazzo, nelle sedi politiche e istituzionali, nelle redazioni che indirizzavano l’opinione pubblica, si contano su una mano sola.

Quello di Bellocchio è un film e un bel film, interpretato magistralmente da Fabrizio Gifuni, che restituisce un Moro perfetto, Margherita Buy, altrettanto brava nei panni di Eleonora Moro, Toni Servillo che presta le fattezze ai tormenti di Paolo VI, Fausto Russo Alessi sorprendente nel mettere in scena la figura forse più travagliata e lacerata tra tutti i politici, l’allora ministro degli Interni Cossiga. Ma è anche un grandioso quadro che propone per la prima volta al grande pubblico una visione storica di quella tragedia, di solito limitata all’affastellamento di misteri inesistenti e trame da spy-story sgangherata. Dietro le Br non c’era nessuno: non muovevano i fili burattinai incappucciati, non occupavano la cabina di regia emissari di Washington o Mosca, non c’erano “grandi vecchi” di sorta. Su questo punto chiave il film di Bellocchio è tassativo e impeccabile: basterebbe, dopo l’alluvione di ipotesi sempre più strampalate, a renderlo una pietra miliare. Chi fossero i rapitori di Moro, chi li muovesse, Bellocchio lo fa dire all’uomo di Washington, l’agente inviato dal presidente Carter per coadiuvare le indagini, Steve Pieczenick.

I suoi dialoghi con Cossiga non sono però parto della fantasia degli sceneggiatori (lo stesso Bellocchio, Stefano Bises, Ludovica Rampoldi e Davide Serino). Riassumono quanto raccontato dall’americano nel suo libro sulla vicenda mai tradotto in italiano: “Non c’è bisogno di cercare sempre un secondo e un terzo movente dietro il primo come siete abituati a fare voi italiani”. Le Br erano quel che dicevano di essere: un gruppo comunista rivoluzionario armato, non controllato da nessuno. Bellocchio sfata anche la leggenda nera per cui, a un certo punto, l’intero apparato statale avrebbe voluto Moro morto. Le reazioni dei leader politici nel film sono molto diverse. C’è un abisso tra la sofferenza di Cossiga, Zaccagnini o Paolo VI e il gelo arido di Andreotti. Ma nessuno, neppure il divo Giulio, si adopera perché la vicenda si concluda con l’esecuzione dell’ostaggio. Tutti, inclusi i comunisti, accettano di pagare un riscatto vertiginoso, 20 mld di lire, peraltro in buona parte raggranellato proprio da Andreotti, in cambio della vita di Moro. C’è tuttavia un confine, quello del “riconoscimento politico”, che nessuno nella Dc era disposto a superare in nome di una ragione di Stato che, non senza scatenare in alcuni sensi di colpa mai superati, fece premio su qualsiasi altra considerazione.

Bellocchio è preciso e affilato nel descrivere il conflitto anche interiore tra quella ragion di Stato e le ragioni umane del sentimento e degli affetti, contrapponendo da un lato la famiglia Moro al palazzo e dall’altro i dubbi di Adriana Faranda, brigatista dissidente, a quelli del capo Mario Moretti. È meno netto nel chiarire i contorni della partita politica giocata intorno alla cella di Aldo Moro e dunque gli elementi che sostanziarono quella “ragion di Stato”. Il veto del Pci, che minacciava la crisi di governo in caso di trattativa, fu determinante nell’imporre la fermezza a una Dc che temeva di sfidare le urne. Dopo la sostanziale parità registrata col voto del 1976, il Pci, presentandosi come solo e vero “partito della fermezza” , avrebbe infatti vinto le elezioni. La sola possibilità di negoziato era affidata a una trattiva segreta, come quella che aveva cercato di intavolare Moro con la lettera a Cossiga del 29 marzo. La lettera non avrebbe dovuto essere resa pubblica. Le Br scelsero invece, tradendo l’impegno assunto col prigioniero, di renderla nota. Persero così la sola possibilità di arrivare a un esito positivo del sequestro e Bellocchio rende giustamente decisivo nell’evolversi della tragedia quel passaggio.

Il lungo film è anche molto esplicito e onesto nell’illustrare come e perché la politica scelse di “delegittimare” l’ostaggio, le sue posizioni che invocavano la trattativa e le sue possibili rivelazioni, facendolo letteralmente passare per pazzo. Quasi tutti lo fecero, mostra Bellocchio, con sofferenza, sensi di colpa, tempeste interiori. Ma alla fine per tutti, incluso Paolo VI col discorso quasi dettato da Andreotti in cui chiedeva la “liberazione senza condizioni”, prevalse la ragion di Stato. Alla quale si contrappongono Eleonora Moro, in una sorta di ripetizione moderna e reale del conflitto tra Antigone e Creonte, e lo stesso Moro, nel colloquio finale con il suo confessore, don Mennini. Il regista ipotizza infatti che i carcerieri abbiano concesso al confessore di visitare l’ostaggio subito prima dell’esecuzione. È improbabile che le cose siano andate davvero così, anche se si tratta di una voce che circola da decenni. Ma qui si tratta in realtà quasi di una licenza poetica, che permette a Bellocchio di far parlare Moro e di fargli ammettere la sua “colpa”: quella, umanissima, di non voler morire.

Ai brigatisti il film dedica uno spazio limitato. Ne compaiono solo tre: Mario Moretti, Valerio Morucci e Adriana Faranda. Il primo incarna, sul fronte opposto della barricata, la stessa ottica che spinse lo Stato verso la fermezza, in nome di una “ragione rivoluzionaria” non diversa da quella “di Stato”. Tra gli altri due, i dissidenti che avrebbero voluto salvare Moro, soprattutto Adriana Faranda è in qualche misura speculare alla famiglia Moro. Il suo dissenso è motivato in parte dal ragionamento politico, dalla convinzione che la liberazione dell’ostaggio sarebbe stata per il sistema più destabilizzante della sua uccisione. Ma a fianco di quel calcolo c’è anche e soprattutto, fatto intuire più che dichiarato, un rifiuto della “ragione rivoluzionaria” che è la stella polare di Moretti come quella di Stato lo è di Andreotti. Si può non essere d’accordo su molti aspetti dell’opera di Bellocchio, ad esempio sulla sua convinzione che il compromesso storico voluto da Berlinguer e Moro fosse la strada giusta per rendere l’Italia una democrazia compiuta e più giusta. Ma il suo film resta la prima opera storicamente valida e rigorosa sulla principale tragedia politica della Repubblica italiana.

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