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A Wembley è cominciata un’altra storia

Essere felici tutti insieme, almeno per una notte, dopo quello che abbiamo passato nell’ultimo anno e mezzo, è quasi un miracolo. Atipico, eppure “religioso” a suo modo per quel senso di sacralità comunitaria che unisce al di là di ogni cosa. È un miracolo che soltanto il football può compiere quando gli dèi del calcio si ricordano che esistiamo anche noi e posano benevoli il loro sguardo sui nostri destini calandosi addirittura in uno dei templi più fastosi di questo orgiastico e benaugurante successo. Comincerà a girare dall’impresa di Wembley una ruota più accettabile per ciò che riguarda il nostro stato di cittadini delusi, amareggiati, incerti, nauseati? Me lo auguro, ma non credo. Tuttavia se soltanto riuscissimo a trarre un po’ di consapevolezza nelle possibilità che abbiamo dal risultato di un gioco misterioso che ridona il sorriso al culmine di una depressione collettiva indicibile, sarebbe già tanto, come accadde nel 1982, nel 2006, perfino nel lontano 1968 quando vincemmo il primo e unico, fino a ieri notte, campionato europeo.

Cogliemmo in quegli anni segnati da impeccabili trionfi calcistici una sorta di linfa nuova per portare avanti le nostre vite in un Paese nel quale tutto sembrava girare male. Coglieremo dopo la vittoria degli azzurri di Mancini sugli spocchiosi inglesi che proprio una coppa del genere non se meritavano, uno spirito diverso per affrontare pandemia e crisi economica che per qualche giorno, per poche ore, abbiamo quasi rimosso impegnati ad agguantare un po’ di serenità nel mezzo di un piagnisteo infinito? Ce lo auguriamo fortemente. Vogliamo crederci.

Già la certezza di non essere più gli ultimi della classe dovrebbe muoverci alleggeriti da pesi che ci portiamo sul cuore, pur sapendo che perfino le grandi soddisfazioni ludiche durano lo spazio di un tempo limitato. Ma sapere che comunque, in un campo difficile, ce la possiamo fare, pur non avendo a disposizione quei campioni-gladiatori del 1968 o del 1982, indubbiamente ci fa sentire meglio. Talvolta è preferibile contare su una compagine di onesti mestieranti del football piuttosto che su qualche fuoriclasse, magari un tantino eccentrico, in grado di amalgamarsi e diventare un gruppo cementato dall’orgoglio nel perseguire uno stesso obiettivo e dall’amicizia indispensabile per poter superare anche le difficoltà più aspre. È quel che abbiamo visto formarsi negli ultimi tre anni ed in un mese ha centrato l’obiettivo grazie all’intelligenza calcistica di un grande Commissario tecnico e all’umiltà operosa di uno staff capace di tenere uniti calciatori non eccelsi, ma di buona volontà, oltre ad essere dotati di un carattere che alla vigilia degli europei in pochi gli riconoscevano.

Una partita non bella la finale londinese, a tratti incoerente, ma ricca di determinazione e segnata dopo il gol degli inglesi, da una evidente consapevolezza nei mezzi tecnici degli azzurri, non poteva finire in altro modo: ai rigori. E a questo punto, a differenza di quando eravamo battibilissimi, ci siamo scoperti insuperabili, grazie ad autentici raffinati tiratori e ad un portiere che ha illuminato, diciamolo pure senza temere accuse di retorica a buon mercato, Wembley lasciando ammutoliti i tifosi avversari che dopo cinquantacinque anni credevano fermamente di portare a casa un titolo. Non ce l’hanno fatta.

A parte il buon livello di pochi calciatori, la media della squadra era mediocre. Fisici, come si dice oggi, e veloci, ma calcisticamente poco intelligenti nel non sfruttare – anche per merito degli italiani – la fortuna colta al secondo minuto del primo tempo. Con una dote del genere noi ci avremmo fatto le nozze per tutta la serata, invece Kane e compagni si sono dovuti arrangiare per via di un tasso tecnico assai modesto, tranne quello di “tuffatori” in cui eccelle il fin troppo esaltato Sterling non a caso reduce da una stagione da dimenticare. E poi la sufficienza con cui si sono battuti contro una squadra di indomiti proletari del pallone, nessuno dei quali, tranne Bonucci e Chiellini, ha mai vinto qualcosa (tranne Barella che quest’anno ha conquistato lo scudetto con l’Inter). Credevano forse gli albionici che la nazionale italiana era andata in gita a Londra per prendersi il fresco e mitigare un po’ l’insopportabile calura mediterranea?

Gli inglesi hanno sbagliato tutto; gli italiani, pur non mostrando un football smagliante, hanno indovinato in pieno i tempi ed i modi per bloccare la debolissima armata di sua maestà britannica. E si sono rassegnati a contenere gli avversari spossandoli, frastornandoli con continui mutamenti di ruoli in campo, fino a spomparli ai supplementari quando in trenta minuti e più non sono riusciti a tirare un calcio verso la porta. Poi, i rigori, la superiorità indiscussa italiana, la consacrazione definitiva come uno dei tre o quattro portieri più forti del mondo di Gigi Donnarumma.

Tutto perfetto. Tranne la sbavatura inglese finale: quel gesto stizzoso dopo aver ricevuto la medaglia che in un attimo si sono tolta manco fosse stato un affronto l’averla ottenuta per merito. La spocchia di una compagnia di ventura, raccogliticcia e superba non porterà più lontano da dove sono arrivati gli inglesi, a meno che non mutino atteggiamento.

Quanta classe nel ct degli spagnoli Luis Enrique che dopo la sconfitta ha reso omaggio agli italiani e si è complimentato per la loro vittoria… Signori si nasce, diceva un filosofo meridionale, al secolo principe de Curtis, in arte Totò, e i calciatori inglesi non hanno avuto questa grazia. Si leccheranno le ferite per un bel po’. Vinceranno in giro per l’Europa con i loro club miliardari, con formazioni multinazionali, ricchi abbastanza per comprarsi chiunque. Ma il sole a Wembley difficilmente riusciranno a vederlo.

I tabloid oggi non li leggerà nessuno. Mestamente attestano che l’Italia appartiene ad un altro pianeta e i Tre leoni non ruggiscono più. L’Inghilterra, impropriamente mitizzata, a parte qualche lontana e sporadica impresa calcistica, non appartiene al Gotha del calcio. E sia chiaro, una volta per tutte.

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